#Diritto – La favola della tutela da repost.

“Mida, re Mida ha le orecchie d’asino”.

di Stefano Gazzella

Sin dalla genesi dei lavori preparatori del nuovo Regolamento Europeo Privacy n. 2016/679, attualmente in vigore e direttamente applicabile dal 25 maggio 2018, si va cercando una risposta all’esigenza di tutela per le attività di repost, ovverosia la ripubblicazione di un contenuto, ove tale atto sia illecito (o originariamente, o altrimenti in relazione a sopravvenienze quali il venire meno del consenso, il decorso di un notevole lasso di tempo, etc.). Viviane Reding, principale “addetta ai lavori” in quanto Commissario Europeo per la Giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza, ha sempre difeso il diritto all’oblio in quanto fondamentale per assicurare l’esercizio pieno e concreto del diritto alla riservatezza.

La privacy come diritto fondamentale della persona è stato infatti oggetto di crescenti attenzioni.

In un’America ottocentesca, Warren e Brandeis originariamente parlavano di privacy per tutelare le feste private dalla “prurient curiosity” (liberamente traducibile come: “malsana curiosità”) di un pubblico che riceveva i primi strumenti di invasione della vita privata: fotografie e quotidiani di gossip. Si sono in seguito dovuti compiere molti passi in avanti e il diritto alla riservatezza si è declinato, e specificato, nei suoi vari aspetti quali il diritto alla segretezza (secrecy), all’autonomia personale (autonomy) e finanche alla solitudine (seclusion). Emerge così il comune denominatore, un diritto all’espressione di sé stessi attraverso i propri dati e l’immagine offerta al pubblico, ma si profila anche l’ombra di un impiego strumentale di una tutela della dignità personale per scopi di “controllo” del dato. Ebbene, su tale ultimo punto c’è stato, c’è tutt’ora, e sempre ci sarà, un ampio dibattito inerente i limiti della titolarità del diritto sui propri dati, il relativo controllo del flusso delle informazioni, con frontiere sfumate in ragione dell’evoluzione tecnologica, della sensibilità individuale nonché della derivante attenzione degli ordinamenti a riguardo[1] (sul diritto all’oblio e alle sue forme di esercizio rispetto alle esigenze di informazione, si rinvia ad un articolo di approfondimento su Centro SARG http://www.centrosarg.com/2016/11/07/731/: Libero Oblio in libero Stato – di informazione).

Nei dibattiti in tema privacy si è sempre evidenziata la particolare difficoltà di andare a tutelare il soggetto interessato, ovverosia il “legittimo proprietario” dei dati, con un pieno esercizio dell’oblio che, sebbene riconoscibile in astratto diviene difficilmente applicabile nel caso concreto ove il contenuto venga ripubblicato, specie avendo contezza degli orizzonti pressoché infiniti del panorama offerto dalla società dell’informazione.
Sul punto, il “considerando” n. 66 del Reg. (UE) n. 679/2016: “Per rafforzare il «diritto all’oblio» nell’ambiente online, è opportuno che il diritto di cancellazione sia esteso in modo tale da obbligare il titolare del trattamento che ha pubblicato dati personali a informare i titolari del trattamento che trattano tali dati personali di cancellare qualsiasi link verso tali dati personali o copia o riproduzione di detti dati personali. Nel fare ciò, è opportuno che il titolare del trattamento adotti misure ragionevoli tenendo conto della tecnologia disponibile e dei mezzi a disposizione del titolare del trattamento, comprese misure tecniche, per informare della richiesta dell’interessato i titolari del trattamento che trattano i dati personali.”

Coerentemente, dunque, l’art. 17 del Regolamento, rubricato “Diritto alla cancellazione («diritto all’oblio»)”, al secondo comma, impone che “Il titolare del trattamento, se ha reso pubblici dati personali ed è obbligato, ai sensi del paragrafo 1, a cancellarli, tenendo conto della tecnologia disponibile e dei costi di attuazione adotta le misure ragionevoli, anche tecniche, per informare i titolari del trattamento che stanno trattando i dati personali della richiesta dell’interessato di cancellare qualsiasi link, copia o riproduzione dei suoi dati personali”.

Il principio viene dunque enunciato, ma quale forma di tutela trova l’esercizio di un diritto se non vi è (né vi può essere) un enforcement normativo e strumentale (rectius: tecnologico) per un’applicazione in concreto?

In questo caso, il Diavolo non sembra giacere neanche più di tanto nei dettagli: già da una prima lettura sistematica, appare chiaro e ripetuto l’invito all’adozione di tutele preventive (quali le misure di sicurezza, la correttezza delle informative, le modalità di acquisizione dei consensi, etc.) per chi è autore del trattamento.
Le “misure ragionevoli, anche tecniche”, orientate ad informare della richiesta dell’interessato di cancellare “qualsiasi link, copia o riproduzione dei suoi dati personali”, non appaiono in concreto molto efficaci stante la clausola dettata dall’inciso “tenendo conto della tecnologia disponibile e dei costi di attuazione” che, nel caso di repost, non può che trovare piena applicazione nella maggior parte delle ipotesi.

La favola di Re Mida insegna che anche uccidere il servo infedele per aver compiuto l’atto di “prima divulgazione” del proprio segreto non può impedire al vento di soffiare nei giunchi e divulgare ulteriormente quei contenuti che tanto non vorremmo essere oggetto di attenzioni da parte del pubblico.

Concretamente, la vera tutela è preventiva e può solamente transitare nell’educazione all’impiego dei mezzi strumentali mediante i quali si compie il trattamento dei propri dati, e nella scelta consapevole dell’atto di divulgare o meno i propri contenuti. Non può esistere (e a parere di molti neanche dovrebbe essere auspicabile) un sistema tecnologico e giuridico che possa porre rimedio a tutte le ipotesi di successivo ripensamento di una scelta di prima pubblicazione, stante la particolare velocità e permeabilità di diffusione del dato.

Ulteriormente, non ci si può dunque aspettare che il mero inserimento di una legge possa cambiare il modo di agire o pensare. Sul punto è quanto mai attuale e arguta l’osservazione di Jean Cruet, il quale ben poco avrebbe avuto modo di immaginare relativamente al vasto panorama del world wide web: si è spesso vista la società rifare la legge, ma mai la legge rifare la società.

[1] Sul diritto all’oblio e l’informazione, si rinvia ad un articolo di approfondimento su Centro SARG: libero oblio in libero stato (di informazione) – http://www.centrosarg.com/2016/11/07/731/.

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