Dall’Impero ottomano all’Impero islamico?

Ex Ambasciatore Giulio Prigioni

Organizzata da alcuni Lyons club e Rotary club di Brescia e provincia in posti deliziosi della Franciacorta, nota regione vinicola lombarda e del lago d’Iseo, si è tenuto un interessante approfondimento su questo tema attualissimo dal vasto respiro.

In tale occasione sono stato invitato, forte della quarantennale – ahimè, gli anni corrono! – carriera diplomatica e insignito membro della costituenda UNEDUCH Foundation,  Universal Education Charter (accreditata alle Nazioni Unite), a tenere una relazione cui potrei dar titolo “Per combattere la continua eternizzazione del presente”.

Dapprima ho ritenuto d’obbligo almeno un minimo riferimento alla Dichiarazione Universale dei Diritti umani, alla Costituzione americana, ai principi cardine della rivoluzione francese (liberté, égalité e fraternité) che si compendiano, inoltre, in un unico concetto così ben espresso da Papa Francesco con la parola “dignità”, di tutti e per tutti.

Negli ultimi anni pare che, questa “eternizzazione del presente”, ci stia assalendo con ogni mezzo mediatico a sua disposizione e di cui fulgido esempio della contemporaneità è sicuramente internet ma sono anche stampa e televisione. Credo che sia tempo di individuare il pharmakos ideale per riprendere ad essere partecipi e attivi; non più utenti né passivi dunque né, tantomeno, come pecore ammaestrate e ligie al dovere di belare in coro se il pastore così vuole.

Affermazioni forti, ne sono consapevole, parole che non ci si aspetta di sentire, forse, da un ex Ambasciatore ma, oggi come oggi, bisogna essere “senza sconti” perché ci si desti tutti dal torpore ormai quasi connaturato in noi. È in questa ottica che al meeting ho voluto fare appello all’intellettuale francese Attali: per un “nuovo Rinascimento”; come il poliedrico autore di “Scegli la tua vita” (Ponte alla Grazie, Milano 2015, p.7) dice, «in un mondo terribile, dove tutto sembra volgere al peggio, è giunto il momento di prendere in mano la propria vita» e, aggiungo io, senza seguire inafferrabili mode o inutili competizioni.

Per il mondo femminile poi, penso che, anche se compito assai arduo, saranno loro a condurci a tale rinnovamento, a tale “rinascimento”.

impero-ottomano-13108bEntrando più specificamente nel tema dell’incontro, gli elementi geografici e storici hanno dato in me buono spunto per parlare della nascita dell’Impero ottomano, del suo apogeo e della sua lunga decadenza nell’ottocento e dopo la prima guerra mondiale quando, noi tutti ricordiamo, fu completamente smembrato alla stregua di quello austroungarico e, in parte, di quello russo degli zar. Tale smembramento fu effettuato e voluto a totale vantaggio di Inghilterra e Francia, come è noto, senza tenere in alcun conto le vere nazionalità (come quella dei Curdi) e i confini furono tracciati secondo specifici interessi dei due Paesi che ancora oggi hanno non poco contribuito al sorgere, in questa area, di una vera e propria “Caoslandia”, come viene definita da validi osservatori.

Una caoslandia dunque, a mio modesto avviso, oggi ancora peggiorata non solo dal fatto che i cristiani ne pagano un prezzo altissimo nella lotta fra mussulmani sunniti e sciiti (come d’altronde tutta la popolazione inerme, si veda le migrazioni odierne) ma, anche dall’intrecciarsi di problemi energetici (petrolio e gas), finanziari (fondi sovrani e banche) e di grandeur nazionali tipo quello della Russia di Putin.

Altre affermazioni forti, lo so, ma nemmeno ho potuto tacere, in tal stimato consesso, il personale dolore per le mancate primavere arabe (non parliamo poi di quella che abbiamo mancato in Italia!) e, soprattutto, per gli errori degli occidentali in Iraq e in Libia, fra Paesi attori e co-attori, che si aggiungono ai ben trenta conflitti locali ora in atto nel mondo: Francesco I, che anch’egli a suo modo ci ha abituato al suo esser “senza sconti”, più volte ha parlato di “terza guerra mondiale a pezzi” e, se mi è permesso aggiungere, affermo con tenace convinzione che, “guerra mondiale non si nasce, si diventa” e, quindi, come molti altri intellettuali prima e meglio di me sostengono, “la terza guerra – intera – non ci sarà, se noi non la vorremo!”.

Chiudo questo mio intervento scritto come ho chiuso quello che ho avuto l’onore di tenere in Franciacorta chiedendo a tutti voi (e a me medesimo) di estraniarci quanto più ci è e sarà possibile dall’assordante rumore della cronaca per fatiscenti califfati o imperi, ovvero innalzarsi dal fuoco incrociato della propaganda e della contropropaganda nonostante la reale e vivida presenza dei problemi di cui gli occhi e le menti di tutto il mondo sono o dovrebbero essere a conoscenza: demografici, di estreme disuguaglianze fra popoli e all’ interno di essi, di cambiamenti climatici o della onnipresente finanza senza produzione.

Dobbiamo avere fiducia anche in noi stessi perché solo indignarsi non basta più!

 

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