Visualizzare Amleto, eredità occidentale e destino collettivo

Le visualizzazioni sono una pratica considerata recente ma che era già utilizzata nella grande letteratura. Qui è analizzato in particolare “Amleto” di Shakespeare. 

di Stefania Lombardi

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Visualizzazione: formazione di immagini mentali visive e atto di processare queste immagini.

La visualizzazione creativa è quello strumento che, tramite l’uso dell’immaginazione, si usa per ricreare specifici comportamenti o eventi che potrebbero succedere nella vita della persona. Per esempio un giocatore di tennis può visualizzare il lancio perfetto.

Si tratta, infatti, di una pratica molto utilizzata nell’allenamento degli atleti anche dopo periodi di forzata inattività. Spesso, però, ci si dimentica di quanto sia utile tale prassi anche e soprattutto nella vita quotidiana per raggiungere le nostre mete, i nostri obiettivi, per terminare un lavoro importante nel modo migliore.

E se tutto questo fosse già stato fatto in ambito letterario?

Mi viene in mente l’opera teatrale “Amleto” di Shakespeare del cui testo consiglio vivamente la lettura a chi non l’avesse ancora effettuata e la cui rilettura per chi avesse già letto il testo da tempo non può che aprire sempre nuovi orizzonti e spunti di riflessione.

Storia in breve: classica uccisione a fini di potere; Claudio, il fratello malvagio, uccide il re Amleto, padre del principe Amleto (sì, hanno lo stesso nome). Obiettivo? La corona in primis ma anche ottenere la mano della regina non sarebbe male come risultato giacché, in questa maniera, si potrebbe mettere a tacere una probabile accusatrice; e poi ci sarebbe la questione di Amleto figlio da risolvere: senza il matrimonio con la regina, Amleto figlio sarebbe probabilmente il re a questo punto e Claudio avrebbe ucciso per nulla.

Che cosa potrebbe accadere se Amleto figlio, che già era sospettoso, dal fantasma del padre morto avesse ricevuto conferma del tradimento dello zio?

Inizia così quella che sembra essere una tragedia di vendetta ma sappiamo benissimo che “Amleto” è molto di più e non si può delimitare e chiudere nell’ambito di una tragedia di vendetta. Del principe di Danimarca, Freud ha cercato di farne un classico caso di nevrosi; ma “Amleto”, classico dei classici nelle letture (e come tale intramontabile), non può essere ridotto a un mero caso di nevrosi.

Amleto, inteso come testo, è un’opera aperta, affidata al ricordo e alla rielaborazione nei secoli a venire. Egli stesso, stavolta il protagonista, morente, chiederà al suo amico Orazio di vivere per raccontare la sua storia e affidarla al ricordo, alle rielaborazioni nonché alle infinite reinterpretazioni; solo così si raggiunge l’immortalità e, “il resto è silenzio”, per dirla con il Principe. Tra le varie interpretazioni e rielaborazioni, vi è una certa critica che non si spiega come mai Amleto, figlio di Amleto, per ben quattro atti non agisca e rimugini costantemente, per poi agire sotto pathos e in tutta fretta nell’ultimo atto.

Ma siamo proprio sicuri che sia così?

E se per quattro atti il principe Amleto non abbia invece esercitato la pratica delle visualizzazioni per poi agire, non solo sotto pathos, ma soprattutto dopo opportuno allenamento, nell’ultimo atto?

Chiaramente la mia è solo una delle tante chiavi di lettura e, come ogni chiave di lettura che si rispetti, richiede l’estrapolazione di frasi dell’opera che potrebbero supportare tale tesi; cominciamo:

AMLETO: Ora è il momento, ora che sta pregando. Questo è fior di salario, non vendetta. Lui mio padre l’ha ucciso in piena orgia, con tutti i suoi peccati rigogliosi, in fiore come a maggio; e chi lo sa com’erano i suoi conti? Lo sa il Cielo. Ma per quel possiamo E adesso lo farò. (Sguaina la spada) Lo mando in Cielo, e mi vendico. Calma. Analizziamo. Una canaglia fa fuori mio padre, e io, unico figlio, la canaglia la mando in paradiso ? Ma per quel possiamo indovinare, il debito era tanto. E che giustizia mi faccio se lo uccido mentre prega? pronto al trapasso? No, spada, conservati per più lugubre impresa; quando dorma gonfio di vino, o lo trascini l’ira, o si goda l’incesto nel suo letto, o imprechi al gioco, si ribelli, faccia qualcosa che non sa di paradiso; allora si, sgambettalo, e che scalci la sua anima nera coi calcagni al cielo. Mia madre sta aspettando. Ti allungo l’agonia, con il mio scrupolo”.[1]

Come si arguisce il nostro principe esita, è vero; ma esita perché immagina e visualizza; visualizza il finale più adatto perché egli prima che attore è regista, e come ogni grande regista, visualizza. Amleto avrebbe potuto già uccidere re Claudio, ma non lo fa. Il suo tentennare però non è frutto d’indecisione, o almeno non è solo quello.

Uccidere il re mentre si purga l’anima non è per Amleto una vera vendetta. A quel punto Amleto im­magina tanti possibili scenari alternativi al purgarsi l’anima in cui poter uccidere Claudio: mente è ubriaco, mentre bestemmia, nel piacere incestuoso (suo zio, ricordiamo, è il marito di sua madre). Il suo non è un piano perché, altrimenti, ci troveremmo dinanzi a una semplice tragedia di vendetta; e, come sappiamo, nel quinto atto Amleto uccide Claudio quasi d’impulso, dietro uno scatto d’ira. Amleto immagina, si prefigura vari scenari, tutti diversi e tutti coloriti su come sbarazzarsi dello zio. Ogni scenario è già presente nella sua mente e ben visualizzato. Il suo gesto del quinto atto è tale solo perché già avvenuto un gran numero di volte nella mente di Amleto.

Leggiamo più avanti: “AMLETO: Ho sentito che creature colpevoli, a teatro, sono state colpite cosi in fondo dal potere che c’è negli spettacoli da confessare subito la colpa. Perché le colpe, anche se mute, parlano, parlano in qualche modo prodigioso. Io farò recitare a questi attori qualcosa che ricordi l’assassinio, a mio zio, di mio padre, e scruterò dentro i suoi occhi e dentro la sua anima. Se vacilla, saprò io cosa fare. Il mio spettro può essere anche il diavolo, a cui piace truccarsi, si, e forse, potente com’è lui sulle nature fragili e malinconiche, m’inganna per dannarmi. Mi servono le prove, dei riscontri. Il teatro, ecco la trappola per catturare l’anima del re.[2]

Questo è l’incipit dell’avvio di quella “trappola per topi” atta a catturare la coscienza del re Claudio. Anche qui Amleto visualizza possibili scenari che potrebbero verificarsi in seguito a una recita da lui ideata per smascherare il re. In cosa si distingue da un piano? Dalla variabilità degli scenari e dalla capacità di adattarsi a essi. Il piano ha sempre bisogno di un piano di riserva per essere adatta­bile. Amleto, al pari di un regista, si prefigura gli scenari e immagina se stesso verso il compimento del suo destino.

Verso la fine del quarto atto, abbiamo la visualizzazione più forte che prelude a un veloce quinto atto intriso di azione:

Ora non so se per bestiale ottusità, o vigliacca precisione nel calcolare tutto uno scrupolo fatto per un quarto di saggezza, ma per tre di viltà non faccio che ridirmi: agisci, agisci; quando ho tutto, il movente, l’energia, la volontà, i mezzi, per agire.[3]

Amleto parla finalmente di volontà, forza e mezzi per decidersi all’azione. Il suo pensiero si smembra e si prepara ad agire dopo tanto allenamento mentale. Sappiamo di trovarci, però, di fronte a una tragedia. Nell’incipit iniziale si è parlato di visualizzazioni in senso positivo, del tennista che immagina e visualizza il lancio perfetto e alla fine lo realizza per davvero. Anche in questo esempio letterario, che termina in tragedia, le visualizzazioni sono da ritenersi positive?

Le visualizzazioni sono principalmente su noi stessi e, Amleto, oltre che attore, è anche regista; quasi un burattinaio.

Il suo “pensare troppo minutamente alla riuscita” appena citato, lo stacca da se stesso (e dalle visualizzazioni su se stesso) per concentrarsi attivamente sul ruolo di regista; egli è distaccato. Chi positi­vamente visualizza, invece, è coinvolto.

Non gli manca certo l’immaginazione che, delle visualizzazioni, costituisce la base. Amleto visualizza, poi va oltre le sue visualizzazioni diventando il vero regista del dramma.

Claudius_at_Prayer_Hamlet_3-3_Delacroix_1844Se nel finale Amleto è “stranamente” veloce, probabilmente, è perché ha tanto visualizzato. Egli uccide Claudio non solo sotto impeto d’ira ma, soprattutto, perché quell’atto era già presente nella sua mente sotto infinite manifestazioni.

Le sue visualizzazioni non erano su un obiettivo o un lavoro da compiere ma, sul compimento di un destino affidato alla memoria (compito poi affidato all’amico Orazio e, indirettamente, a tutti noi).

Le visualizzazioni di Amleto hanno portato al compimento di un destino che vede la corona legitti­ma al principe Fortebraccio, legittimizzazione ottenuta con il benestare del morente Amleto.

Il potere delle visualizzazioni, che sia esso per uno sport, un lavoro da completare, un obiettivo o meta da raggiungere, un destino da compiere, ci permette di arrivare a una risoluzione, a un compi­mento nel modo a essa più consono.

E il destino si compie. “Il resto è silenzio”.

[1] Shakespeare W., Amleto, pp. 112-113, Atto terzo, Scena quarta, trad. it. di Garboli C., Einaudi, Torino 2009.

[2] Ibidem, p. 79, Atto secondo, Scena seconda.

[3] Ibidem, pp. 132-133, Atto quarto, Scena quarta.

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