Philomath 2016 e i Digital Immigrants

Breve nota da rimandare ai nostri autori, sulle pagine e sui nostri siti e social. A firma del caporedattore artistico Simone Caminada per Philomath On-line.

philomath

Quest’anno abbiam fatti passi da gigante.

Innanzitutto abbiam superato il decino anniversario e questo è un traguardo per pochi anche perché, fare blogging, dieci anni fa consisteva bene o male nel riportare contenuti e discuterli fra gli iscritti al “contenitore”. Ora quel sistema non ha più ragion d’essere, ora quel sistema non è più social-e, ora esistono gli share button, le condivisioni online, i retweet e tutto insomma deve essere condiviso all’esterno del contenitore madre, sui social network.

Prima ancora, se volevamo comunicare attraverso la nuova tecnologia, il web, mandavamo, con una mail in “ccn”, il nostro testo a tutti i potenziali interessati come avviene ancora oggi ma solo per le comunicazioni essenziali e comunitarie.

bozza non definitiva di copertina

Bozza non definitiva della copertina 2016 di Philomath

Niente rimpianti, poca nostalgia; ora anche Philomath è pronta per essere davvero 2.0 e, per farlo, per esserlo, ha ancora una volta bisogno di tutti voi, lettori e/o autori che siate.

Ai nostri autori, infatti, sono già arrivate le norme redazionali per il quadrimestrale cartaceo, nuova perla che in questi anni si è aggiunta alle fatiche intellettuali di Philomath e, devo dire, sono contento di aver perso notti intere per redigere un documento di così strategica importanza ma ora è arrivato per me il momento di perdere qualche altra notte per stilare le norme di Philomath On-line.

Se il mondo oggi viaggia non più sul web bensì sul web “2.0”, è giusto che anche i nostri testi, i nostri autori e i nostri lettori -perché no?!- si adeguino ai tempi. Frenate però le maldicenze nei miei confronti; adeguarsi non vuol dire appiattirsi o conformarsi al pensiero massificante, a volte volgare e gretto no, per favore no; per Philomath vorrà dire superare con classe, quella che la contraddistingue, lo scoglio-incontro della net generation e dei digital natives. E chi sono costoro? Quel che non siamo noi…

Se non siamo nati dopo la metà degli anni ’90, e qui non credo che ce ne siano per ora molti, siamo digital immigrants cioè, per esteso, siamo gente che ha dovuto passare dalla tv via cavo al digitale terrestre, dal Motorola all’IPhone, da enormi e ingombranti console per giochi (fabbricate nella maggior parte dalla Sega Corporation) al poker online, dal fax all’e-mail e così via fino ad arrivare, con tutti gli aggiornamenti dei nostri software mentali e comportamentali, fino a questo capodanno 2015 – 2016.

È chiaro ormai che, se si presenta un mondo alla nostra porta o apriamo subito e lo facciamo entrare, oppure lui aspetta fuori ma senza andarsene perché sa di non attendere poi molto sull’uscio di casa nostra. Philomath non vuole che il progresso corra senza di lei, vuole esserci e vuole aiutare, nel rinnovamento, noi digital immigrants, operando una ristrutturazione del sito e chiedendo a voi di collaborare per esserci e valere. Nondimeno vorrei ricordare ora che noi -immigrants- siamo gli unici in grado di far funzionare un fax senza chiederlo preventivamente a Google, siamo gli unici a saper digitare su una macchina per scrivere elettrica Olivetti senza troppe correzioni sul foglio, siamo in sintesi quelli che c’erano e non dobbiamo scordarlo. Questa è la grande forza che deve essere posta, anzi postata sui nostri testi quando li diamo al web 2.0; tradizione e progresso. Lo stesso discorso, fate bene attenzione, vale per voi utenti lettori.

Nessuno di noi, autori, redattori e utenti del web 2.0 in generale, si può arrogare nel 2016 il diritto e il confort dell’ignoranza, del non saputo.

Come quasi la totalità di noi sa usare WhatsApp (parola che ho faticato a lungo prima di capir come andasse scritta), Facebook, qualcuno anche Twitter e LinkedIn, molto più irresponsabile da parte nostra sarebbe non saper o non voler imparare a condividere cultura attraverso il famigerato Web 2.0. Questo innanzitutto perché, da una cultura passiva che ci vedeva al limite spettatori, siamo passati ad una attiva, o meglio partecipativa e, in secondo luogo perché, come ben sappiamo da anni, semplici interventi dei governi di quasi tutto il mondo hanno de facto tagliato le ali all’istruzione sottraendo fondi alle università e non solo, anche alle scuole primarie e secondarie: sottrazione di fondi che ha costretto, negli anni, le accademie e le università a creare “nuovi mostri” sempre più specializzati e specializzandi pronti alla prostituzione industriale in nome della ricerca e dello sviluppo.

Quale ricerca, quale sviluppo? Solo mera ideologia del profitto (non partecipativo) ci attende e, per chi osa specialmente in Italia alzare un sussurro a favor del sapere, è additato come utopista o peggio ancora “di sinistra”, come se la cultura avesse un nome o un colore partitico.

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Il Web è stata una grande risorsa in questo caso per la condivisione in tempi migliori e, l’evoluzione al 2.0, lo è molto di più adesso in tempi di stagnazione del pensiero. Rinnovando Philomath On-line, o per lo meno tentando, tutti insieme coesi, rinnoviamo noi immigrants, o per lo meno, tentiamo.

Cultura è l’arma che dobbiamo usare, diffondere e condividere contro ognun che ci viene in scontro: siamo utopici? siamo “di sinistra”? siamo vecchi? si, se questa è la definizione per sentirci progrediti, siamo vecchi e siamo orgogliosi.

Simone Caminada

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