Convegni – Gli schiavi: un popolo vivente.

schiavi-21esimo-secolo (1)Roma, 21 Novembre 2011 – Per noi occidentali la parola “schiavo” assume un significato dispregiativo, a volte ilare, unito all’eccessivo lavoro di alcuni o al palese sfruttamento di altri; non più legato alla sua vera, originaria realtà, uno status giuridico inesistente per noi e lontano dal nostro tempo. In Europa già al tempo di Napoleone III la schiavitù era stata bandita, e la sua subcultura cominciava a tramontare, sulla spinta della rivoluzione francese prima e su quella bolscevica poi. La lotta di classe, il sindacalismo e la nascita del proletariato fecero la loro parte, onde cancellare per sempre quest’odiosa piaga, la tratta legale, l’asservimento più totale e lo sfruttamento gratuito dell’uomo sull’uomo. Oltre che con le leggi, la schiavitù venne sepolta dall’alfabetizzazione massiccia e dall’avvento del concetto di laicità dello Stato. Siamo però certi che tutto sia finito? 2La Lega Italiana per i Diritti dell’Uomo oggi promuove una conferenza dal titolo “La schiavitù in Mauritania”, in una tavola rotonda che coinvolge in prima persona l’ente IRA-Mauritania, il Movimento Anti Schiavitù il cui Presidente Biram dah Abeid è agli arresti e per cui non vi è ancora chiarita la posizione. Dopo i saluti iniziali per bocca del presidente nazionale LIDU Alfredo Arpaia (a destra), prendono la parola i relatori: il presidente IRA Italia Yacoub Diarra, il portavoce del movimento dei Sans-papiers Aboubacar Soumahoro, George Ebai responsabile del Movimento Africani Roma, e il portavoce del presidente internazionale IRA, Hamady Lehbouss. E’ proprio con lui che intrattengo un colloquio per chiarire la posizione dell’associazione all’interno del vasto contesto internazionale. Secondo il portavoce della presidenza 3IRA, monsieur Lehbouss (in alto a destra), benché in Mauritania la schiavitù sia stata abolita ufficialmente, viene ancora “praticata e tollerata in larga scala. Gli schiavi, soprattutto donne musulmane, rivestono l’utilizzo di status simbol per i loro padroni, che inoltre possono vantare un aiuto domestico e familiare gratuito”. Questo stato di asservimento si eredita, a detta dei rappresentanti di IRA, secondo una logica di materlinearità, ossia da madre in figlio. La prole, spesso avuta con il padrone di casa, rientra nella proprietà di quest’ultimo. Alla mia domanda se queste persone non cerchino di ribellarsi e di denunciare il loro stato, mi viene risposto che “quello dello schiavo è uno stato culturale che si da per scontato. Spesso le orecchie che 4dovrebbero ascoltare, al di fuori di quelle famiglie padronali, sono sorde, perché in Mauritania, come in pochi Paesi dell’Africa, la schiavitù è data per scontata, e ancora molti uomini influenti la tollerano per loro stesso conto. Inoltre” aggiunge poi il presidente IRA Italia Yacoub Diarra, “il fatto di essere musulmani e analfabeti è per questi schiavi motivo di credere che una volta morti andranno in paradiso, ma solo se il loro padrone è contento del loro lavoro, qui sulla terra”. Tradizione, analfabetismo, cultura tribale sono le condizioni con cui lo schiavismo si donna mperpetua sottopelle in molte parti del mondo. I filomati, sensibili a questo tema, sono stati presenti all’evento, seguito da un folto pubblico, presentando a livello internazionale un’interpellanza nei modi e attraverso gli organismi appositi, su come sia possibile che queste persone non vengano, come di prassi, avocate dallo Stato e re-inserite nella società civile. Una società, un mondo che pontifica su balconi e sulle cattedre, sugli scranni dei partiti, nelle aule conferenze, che tesse sui libri le lodi della modernità, che batte nei tribunali il martello della giusta sentenza, non può non sapere. Non può, davvero, ignorare che vi siano, qui o al di là del mare, uomini e donne mercificati come oggetto del lavoro, del desiderio e della libidine, che sudino sangue nel lavoro ingrato di cui non godranno mai i frutti, che strozzino il pianto in gola per un figlio strappato alle loro braccia. giocoLa schiavitù non è chiaramente finita, perché non è finita la cultura dell’abuso. Questo modello culturale che parte, dispiace dirlo, proprio dall’Occidente capitalista, si esprime qui in forme volontarie, seppur malsane, di piacere e desiderio, celando negli spazi dell’intimismo ipocrita il suo più bieco volto di mostro imbellettato. La nostra cultura che ancora “gioca” sulla sottomissione e sulla dominanza è la breccia di più grandi e gravi abitudini, che risultano qui soltanto una traccia, seppur lieve, del desiderio di possesso. Altrove, questa pulsione brutale, aggressiva, subumana trova spazio, in ambienti arcaici, ignoranti, la cui cultura, politica e religiosa, è schiava anch’essa della “tradizione” antropologica schiavista.

schiavaNon verrà mai cancellata la schiavitù, finché in noi permarrà la cultura dello schiavismo, la voglia di dominare e la convinzione che il mondo sia diviso in chi comanda e in chi subisce. Un mondo simile, cari signori, è quello che ci prepariamo a consegnare ai nostri figli. Una società simile non può combattere per il proprio miglioramento, poiché ha già perso in partenza. La rivoluzione è, innanzi tutto, culturale. I nostri concittadini, oso così chiamarli, mauritani, ci sottopongono un problema che non è legato alla loro regione, ma a quello di tutta la subcultura moderna e contemporanea e che si esprime, in alcuni luoghi, in modo più palese e brutale, ma non è meno presente in tutti i popoli della Terra.

Ringraziamo la Lidu per l’invio e auguriamo all’associazione IRA-Mauritania e al Movimento Anti-Schiavitù di continuare al meglio il proprio lavoro. Naturalmente siamo disponibili che la controparte, nella persona del corpo diplomatico della Mauritania, possa esporre la propria versione del problema.

Danilo Campanella.

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(a destra, il portavoce IRA Int.  H. Lehbouss e il Segretario Generale int.le della Philomates Association D. Campanella).

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