Brevi appunti sull’immagine: Iconicità e cristianesimo

Giotto_di_Bondone_-_Crucifix-2

Per l’uscita prima della rivista Philomath News, ho trattato il tema della simbologia religiosa come qualcosa che porta con sé una sua “naturale deperibilità” nel tempo. Non solo questo, dal tema centrale, ovvero il crocefisso all’interno degli spazi laici, ho voluto fare appello a quello che è, nel sentito comune, un segno distintivo che unisce “qualcosa” a “qualcos’altro” e che, attraverso quel “qualcosa” primo, si identifica. Trattandolo sotto questa luce, ho voluto cercar di far intendere al lettore che il “qualcosa” è spesso identificato come identità astratta e di cruciale importanza per quel “qualcos’altro” che si trova ad averne accheffare.

Per dare adesso dei termini più precisi e per fare esempi più lampanti, quindi per dare un senso ed una comprensibilità a ciò che vado dicendo qui, identificherò l’iconografia come quel “qualcosa” succitato e l’Uomo come quel “qualcos’altro” che abbisogna di questa identità, tanto astratta quanto superiore a lui, al fine di riconoscersi come parte essente del tutto che lo circonda.

Da dove nasce questo bisogno dell’iconografia, dell’immagine?

Per quanto noi ci possiamo sforzare di auto definirci moderni, post-moderni, ultramoderni e via discorrendo insomma, non possiamo venire meno alla millenaria cultura che in questo modo, cioè quello che stiamo vivendo hic et nunc, ci ha formato e che continua a riproporre i suoi rifermenti; per quanti siano stati i nostri forzi al fine di uscire dal medioevo attraverso processi evolutivi, scientifici e poi industriali e di “civilizzazione” dell’umanità, non possiamo venir meno all’idea dell’immagine come un riportarsi all’essenza stessa del cristianesimo.

Tutta l’iconografia religiosa del cristianesimo, che un po’ (un po’ tanto!) si amalgama bene con quell’iconografia tipica occidentale che tanto ci è cara, ruota intorno all’attesa del ritorno del figlio di Dio, morto e risorto. Quella presenza ritardata, negata, rinviata e ancora ritardata ma sempre anelata e promessa, in qualche modo ha generato una tale suspense -oggi diremmo- da egemonizzare tutto il pensiero occidentale. Come si poté dunque mantenere viva l’idea del Cristo che deve ritornare dunque in mezzo a noi? Se pensiamo che Lutero arrivò con forte ritardo rispetto alla presenza diffusa del cristianesimo e quindi il volgo, il popolo, rimase per secoli sotto l’influsso “mediatico” e sicuramente carismatico del clero, possiamo capire bene come la prima forma per avvicinarsi -o avvicinare- a Dio ed a suo figlio, fu quello dell’utilizzo delle immagini.

A parte le produzioni “artistiche” protocristiane, dove ancora non si dava l’alto spazio al gusto estetico che poi gli si è conferito, tutte o quantomeno buona parte delle raffigurazioni afferenti, fra santi e vita di Gesù attraverso il Vangelo ad esempio, andarono a innestare nell’occidente, un sistema di culto e di relazioni socio culturali -ma anche economiche- pervasivamente fondato su una iconica dimensione comunicativa.

Simone Caminada

caminada

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