Convegni – La crisi dell’associazionismo tra difficoltà e prospettive

campanella simposio Giovedì 20 novembre 2014 è stato aperto, a Roma, un simposio indetto dalla Philomates Association-Associazione Filomati “La forza delle idee”, che aveva come suo filo conduttore una semplice domanda: come rispondere alla crisi della partecipazione? Il mondo politico, religioso, associazionistico registrano da diversi decenni un sempre minor interesse delle persone a quei riti, quelle adunanze, quegli incontri che, un tempo, erano il naturale ritrovo per centinaia, a volte per migliaia di aderenti, affezionati ma anche semplici curiosi. Si è invece sviluppato sempre più un mondo solitario che, dietro ad uno schermo, assorbe non cultura, ma informazioni e intrattenimento. E’ il caso della televisione, un media che è stato oggi surclassato da internet, in cui gli aspetti virtuali sono sempre più diventati una “seconda vita”, creando forse una nuova definizione di “reale”.

La relazione, fulcro della vita umana, passa oggi attraverso un tubo (quello di internet) creando un modello di uomo sempre più privato ma, essendo egli sotto il perenne controllo di un sistema informatico i cui meccanismi in gran parte gli sfuggono, è anche privato della sua stessa privacy.

La mancanza di un passaggio da un modello relazionale ormai diventato vetusto, a un modello relazionale che sappia abbracciare le nuove esigenze di vita dell’uomo, ha creato questo paradosso. Non dobbiamo comunque cadere in sterili allarmismi: secoli fa la nascita dell’editoria, anzi, lo sviluppo di questa unito al sempre minor costo del libri ha permesso a sempre più persone di chiudersi in casa a leggere i romanzi. Il caso più semplice, più riduttivo ma comunque meglio visibile ai più, è quello del Leopardi, gran poeta, vero letterato che, alla stregua dei nobili di campagna, preferiva le letture solitarie a colazioni sull’erba e merende in riva al lago. Altri ancora, ben meno celebri di lui, lo seguirono. Probabilmente ogni secolo ha i suoi momenti di “ritiro”, la sua crisi di partecipazione.

Il pericolo è che, oggi, una tecnologia digitale ci distanzi troppo dalla natura.

Siamo “animali politici” che rispondono, prima ancora che ai diritti civili che qualsiasi stato politico può dare o togliere, a leggi naturali. Siamo nati nella natura, con precisi bisogni e necessità. simposio1Essa non è né amica né matrigna: essa è la culla, il ventre caldo che ci ha fatto nascere. Oggi una distanza sempre maggiore separa il domestico dal selvatico, il bosco dal giardino. Molti nuovi approcci urbanistici, sia nell’architettura che nell’ingegneria cercano di unire le due cose, verso una commistione tra tecnologia e ambiente. Si parla di progetti a basso impatto ambientale. L’esigenza nasce dagli interrogativi dell’ecologia, in particolare dell’ecologia profonda, frutto anch’essa di un’ecosofia che, come dice il nome, nasce dal grembo della filosofia. Come cerchiamo in senso materiale di unire, con le giuste proporzioni, tecnologia e natura, dobbiamo cominciare a chiederci come si possa riequilibrare la sfera privata della nostra vita con la sfera pubblica.

pannaraleTutte le organizzazioni, come detto sopra, fanno fatica a coinvolgere quelle persone che, educate dalla società di massa, riescono ad interessarsi a qualcuno-qualcosa solo se vedono un interesse economico e materiale. In numeri, la nostra testimonianza di associazione accademica internazionale ci porta, in alcuni dei nostri eventi, ad esempio il Simposio annuale, a riunire dalle 70 alle 200 persone, a seconda dell’anno. Al di là della frase ormai desueta “pochi si, ma buoni”, ritengo che sia una cifra indicativa molto bassa rispetto alla partecipazione del passato. Testimonianze simili, con effetti che oso definire disastrosi ci arrivano dalle organizzazioni culturali e umanitarie che, come noi, non vantano di sezioni diffuse nelle città italiane ed estere. In effetti siamo l’unica organizzazione accademica e culturale ad avere sezioni, dipendenti da Roma, in cinque continenti. Un gran lavoro e una grossa responsabilità! grassetti

Non parliamo poi dei congressi di partito, che riescono a far venire qualche centinaio di aderenti solo organizzando pullman e pranzi al sacco, spesso “forzando la mano” in luoghi dove le persone possono essere “prelevate” più facilmente e con poche pretese, come i centri per gli anziani e le case di riposo.

Persino le accademie, organizzazioni blasonate, enti eccellenti si sono “ridotti” a un piè di lista del tutto formale, indicativo, che non risponde alla reale partecipazione. Questo rende molti progetti concreti di difficile attuazione. A cosa servono le raccolte fondi, le cene di gala, le donazioni, se poi non vi sono persone che portino a compimento un progetto culturale o sociale? Questo ha dato luogo alla nascita di progetti che personalmente giudico “a senso unico”: pubblicazioni di libri che ben pochi leggono perché non hanno diffusione, aiuti in Paesi di cui, al di là del cibo e del vaccino offerto, nessuno in occidente si cura veramente. Curare non significa dare l’elemosina, o scrivere un articolo per una rivista. Curare è dedicarsi, accudire e, come il figlio che va soltanto a fare una visita al genitore, senza curarsi di lui e vivere con lui, anche noi abbiamo smesso di curarci di ciò che amiamo, della nostra comunità, familiare e civile, associazionistica, religiosa.

pannarale simposio In questo simposio è stata fondamentale la testimonianza di istituzioni quali l’UNEDUCH, Education Charter International, nella persona dell’ambasciatore Enrico Davide Gavello; quella della presidentessa Maria Grazia de Angelis, dell’Associazione Italiana di studio del lavoro per lo sviluppo Organizzativo AISLO, di don Alessandro De Spagnolis di Africa Project Onlus, il quale ci ha richiamato verso i pericoli e le ipocrisie di un sistema occidentale-consumista che, da una parte abusa delle popolazioni povere, dall’altra, dona loro aiuti economici per cibo e vaccini. Infine, Jean-Claude Calisesi, consigliere consolare e di ambasciata di Francia a Roma, esponente di spicco delle associazioni italo-francesi, testimonia quanto partecipare nelle associazioni non significa semplicemente “dare un po’ del proprio tempo”, ma “impegnarsi attivamente per promuovere un’idea vincente”.

p feI moderatori del simposio, Andrea gentile, professore associato di filosofia teoretica presso l’Università degli Studi Guglielmo Marconi, e il dott. Antonio Cecere, responsabile dei progetti editoriale dell’Associazione Filomati, hanno magistralmente condotto il simposio in cui sono intervenuti relatori quali Bruno Grassetti, docente dell’Unicusano, il quale ha presentato la sua relazione dal titolo “L’associazionismo tra Italia e Cina per la promozione culturale”, Luigi Pannarale, docente ordinario di Sociologia del diritto presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli studi di Bari “A. Moro” e avvocato patrocinante presso le magistrature superiori, con “Vecchie e nuove forme di partecipazione nelle società postmoderne”, il giornalista Giacomo Pisani, che è intervenuto su “Il valore della cooperazione sociale”, Elisa Pellegrini, presidentessa di Artisticamente Albano, la quale ci ha spiegato il valore del teatro nelle relazioni umane come strumento sia pedagogico, sia psicologico per l’umana persona. Mario Sammarone ha poi parlato della “Crisi dell’editoria: un problema di budget o di piano marketing?” ringraziando le case editrici per la loro presenza al simposio: La Lepre, Paoline, Aracne, Solfanelli, Bietti, la rivista Effe e la Carmelina per aver stampato gli “Acta 1826-2014” dell’Associazione Filomati. Stimolanti sono state le domande poste a Francesco Ciocci, autore de “Le nuove frontiere del lavoro”, edito da La Carmelina nel 2014 e che ha riscosso un certo successo.

Il simposio si è concluso con la relazione finale di Giulio prigioni, ex ambasciatore e docente universitario, Presidente della rivista scientifica di studi interdisciplinari “Philomath News”, edita da Edizioni Solfanelli.

Questo evento, iniziato alle ore 16:00 alla presso la Sala Convegni dell’Assemblea Capitolina di Via della Greca, e conclusosi alle ore 19:00, con undici istituzioni partecipanti e circa settanta spettatori, ha brillato per la qualità dei relatori.

Sono emerse due principali impostazioni del problema della partecipazione: da un lato, quella del prof. Giulio Prigioni, il quale vede nei nuovi media (televisione, radio, internet, editoria in e-book) una sconfitta della vera relazionalità: quella personale, fisica, diretta. Dall’altra parte, il prof. Luigi Pannarale ha avanzato l’ipotesi che la post-modernità abbia dato vita ad un nuovo tipo di relazione. I nuovi media non sarebbero, quindi, la morte della relazione ma creerebbero un nuovo tipo di attività fra persone che, aiutate dalla rapida trasmissione di immagini, suoni e parole da un cpo all’altro della terra possono interagire come mai prima d’ora. Per il prof. Pannarale quindi la post-modernità ci conduce ad aumentare la quantità e la qualità delle nostre relazioni, semplicemente differenti, ma pur sempre valide (con le dovute cautele) rispetto al passato.

Gli interventi di tutti i relatori, incluse le testimonianze delle associazioni presenti, mi hanno spinto ad alcune conclusioni:

con la caduta del Muro di Berlino e delle grandi ideologie, la società ha smesso di essere cresciuta prima dallo stato, poi dal partito infine, con gli anni ’60, nemmeno dalla famiglia. I sindacati, le chiese, le associazioni e i partiti hanno perso la loro legittimità. Si è passati, anche grazie alle tecnologie della cosiddetta quarta rivoluzione industriale, a non cercare più il sostegno e la rappresentanza nella società o nella comunità (nemmeno nella piccola comunità naturale, la famiglia) ma in se stessi. L’associazionismo è morto o, meglio, si trasforma perché viene a mancare la spinta alla subalternità, giungendo quindi ad un declino di concetti quali autorità, guida, gerarchia. Termina il periodo delle “rappresentanze” e nasce quello dell’auto-testimonianza. Ogni meccanismo di rappresentanza che assicurava, in passato, la delega in bianco del consociato, sia in un partito, sia in una associazione di condominio, vacilla. Per questo motivo dopo i sindacati, anche le associazioni datoriali sono entrate in crisi. Un tempo c’erano i grandi partiti di massa, i grandi sindacati, le confederazioni, ma ora il rapido cambiamento dei sistemi di comunicazione e di quelli di produzione di beni e servizi hanno contribuito ad un cambio di paradigma. la società è oggi così complessa, cosi “liquida” che è difficilissimo rappresentarne le strutture e i soggetti. Entrando in crisi i corpi intermedi dello Stato non scompare lo Stato: si trasforma. A meccanismi di democrazia rappresentativa fanno spazio quelli della democrazia diretta, ad esempio. Questo non significa che il ruolo delle associazioni, come quello dei sindacati, ad esempio, si sia esaurito. Significa che l’aspettativa che ha il sindacalista, il politico, il professore hanno di trovarsi a parlare davanti a folle oceaniche (magari da una balconata) è una pia illusione.

Il confronto sul web non basta, ma nemmeno quello nelle sezioni o nelle sedi. la comunicazione non basta, ma nemmeno possiamo rapportarci con gli altri con i medesimi schemi culturali di un tempo. Qualcuno pensa che bisogna portare alcuni temi ed alcune discipline (per esempio al filosofia) fuori dalle aule universitarie. Benissimo! Il problema è che non si possono più portare in piazza. Costoro sono arrivati tardi! Il web è la nuova frontiera culturale, a cui tuttavia non tutto può essere affidato.

Questo significa che dobbiamo rimboccarci le maniche e trovare la soluzione della partecipazione all’interno del nuovo sistema di cultura di massa. Quindi le associazioni non hanno perso il loro potere, ma hanno perso il loro ruolo. Si può costruire un’agorà telematica che si radichi all’interno di tante agorà locali, fisiche, territoriali, ma non pretendere molto di più. Si legga a proposito il pensiero di Adriano Olivetti sullo concetti quali Stato, partiti, sindacati, associazioni.

Ritrovare la “comunità” è il modo che abbiamo per ritrovare noi stessi nel pubblico, il nostro piacevole spazio assieme agli altri. Contro una società che ci chiede di interagire per unicamente per un “io do se tu mi dai”, dobbiamo ritrovare quel luogo di relazione in cui l’ ”io” si rapporta con gli altri “io”, non per raggiungere la sommatoria di due monologhi – come spesso avviene – ma la vicendevole compenetrazione intellettiva per la realizzazione dei progetti utili alla comunità. Bilanciare l’intimo con il politico sarà senz’altro la soluzione del problema della partecipazione, che è poi la base per una sana democrazia.

Danilo Campanella

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