Intervista – Attori e precariato

tambelliniTELEVISIONE – Guendalina Tambellini è una giovane attrice italiana con diverse esperienze in note fiction di successo, ma ha anche una passione per la scrittura e per l’insegnamento teatrale. In un pomeriggio piovoso a Roma l’abbiamo incontrata per conversare sui suoi ultimi progetti, tra cui il libro di cui è coautrice “Lavoricidi” sul tema del precariato lavorativo e la sua ultima esperienza cinematografica “Adotta un italiano” che parteciperà ai prossimi David di Donatello, l’oscar del cinema italiano.La crisi colpisce anche il mondo della recitazione, molti attori devono ripiegare sull’insegnamento svilendo anche quello che è il ruolo stesso del teatro e dell’essere attore.

Tu che da anni insegni ai bambini recitazione come vedi il prolificarsi a dismisura di corsi di teatro e recitazione?

Bisogna dirlo che gran parte degli attori sono a casa, a lavorare solitamente sono sempre i soliti noti e quindi moltissimi si sono buttati sull’insegnamento. Molti perché ci credono e già lo facevano prima e altri perché altrimenti non avevano di che vivere. C’è una prolificazione di corsi che non si è mai vista fatti da chiunque, ora chiunque esce da una scuola di teatro qualunque si sente attore e si mette a insegnare dequalificando la professione. Una persona che non conosce il mondo della recitazione e vuole affacciarsi su questo mondo, guarda prima di tutto il prezzo e spesso un prezzo basso non vuol dire qualità. Non informandosi si trovano con attori famosi che si riciclano insegnanti e parlano della loro vita o nella maggior parte delle volte con persone impreparate sia a livello vocale che di tecnica creando confusione a scapito della professionalità. Così va a tutto a discapito di chi ha da sempre insegnato e di chi investe spera in una preparazione e poi non ottiene nulla.

Tu sei coautrice del libro “Lavoricidi”, uno specchio sulla piaga del precariato. Come nasce la tua avventura di scrittrice in questo libro corale?

“Lavoricidi” è ideato dalle menti di Paolo Nanni e Jonathan Arpetti e dopo un incontro con loro ho tirato fuori la mia passione per la scrittura che ho sempre avuto scrivendo testi teatrali e per bambini. Io ci tengo alla professionalità e non mi ritengo una scrittrice e così con molta umiltà ho scritto un racconto poi inserito nella raccolta di Lavoricidi Italiani. Un libro che raccoglie le impressioni di 20 autori sulla crisi e ne è uscito fuori un ritratto fedele dell’Italia, non ha un lieto fine, non si piange addosso, ma racconta semplicemente la vita che può essere bella o brutta. Il libro è strutturato sfruttando lo stile della filomografia di Hartman creando dei cross over tra un racconto e l’altro. Nel mio racconto parlo di quattro amici che condividono il sogno di diventare musicisti con tutte le difficoltà di mettere insieme il pranzo con la cena e la tentazione di dirigersi verso un “lavoro normale” che non è quello del musicista. Mi sono ispirata a quello che accade a me nella vita visto che in Italia l’artista è considerato un non-lavoro, mi dicono sempre “Che fai? Ah l’attore? Ma di lavoro che fai?”, l’attore è una professione. Lavoricidi racconta senza filtri la realtà in cui la società ti rende frustrato e ti spinge a tornare a casa la sera e a sentirti una persona non soddisfatta.

“Adotta un italiano” è una delle tue ultime esperienze cinematografiche e si lega molto con “Lavoricidi”. Un cortometraggio che parteciperà anche ai David di Donatello, giusto?

“Adotta un italiano” è scritto e diretto da Jonny Triviani e Giulia Carla De Carlo. E’ un’idea nata intorno a un tavolino in cui ci si è detti che doveva esserci un punto di rottura  per non essere ingomblati dalla crisi. Realizzato con i pochi mezzi dei giovani filmakers, parla in maniera grottesca e comica del nostro potenziale futuro: gli italiani non trovano più lavoro e allora si fanno adottare dagli stranieri. Interpreto il ruolo di una ragazza che insegna italiano a un inglese o ancora un italiano adottato da una ragazza tedesca per interpretare i suoi pensieri per esempio inveire contro gli automobilisti mentre si attraversa la strada, o ancora l’adozione da parte di un francese per spingere la macchina che non parte oppure la giapponese per farsi cucinare. Ci hanno tolto tutto e l’adozione è l’unico baluardo che ci è rimasto. Con questi racconti siamo arrivati in concorso ai Davi di Donatello 2013: sarebbe bello che un progetto nato per dare un punto di rottura arrivasse così in alto.

Francesca Ragno

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