Che cos’è la Fede?

  Quando si sente parlare di “fede” qualcuno storce il naso, perché la ritiene una parola vincolata a connotazioni religiose. Altri, la considerano immediatamente legata a credenze e confessioni e, quindi, la accettano immediatamente come componente positiva e necessaria. In un modo o in un altro il termine “fede” richiama visioni dell’esistenza che spesso si escludono a vicenda, dando poco spazio alla prosecuzione di un qualunque discorso che esclude a priori la nostra “visione” delle cose.  Una volta dicendo a una ragazza che “doveva avere fede” mi sono sentito rispondere: “io non ho fede”, oppure “gli altri ci deludono spesso … “. Eppure la parola “fede” ha un’origine differente da quella che la maggior parte delle persone ritengono che abbia. Cos’è dunque la Fede?

Fides è ritenere possibile quello che ancora non si vede, che non si conosce personalmente o che ancora non si è sperimentato. In un certo senso aveva ragione Soren Kierkegaard (1813-1855) [1] quando asseriva che “la fede comincia dove la ragione finisce”, ma lo fa, come suggeriva Gibran (1883-1931) [2], quando “si deve oltrepassare il potere della dimostrazione… e coglie la verità molto prima dell’esperienza”. Rispetto a tutto quello che noi sappiamo per certo o per molto probabile, perché già sperimentato, ossia il Sapere, la Fede prende “al di fuori di sé” i propri contenuti: ci proietta in uno spazio sconosciuto e ci chiede di porre per certo ciò che non si vede e che non si conosce, sulla base di valutazioni e di princìpi che si rifanno a una morale personale, o a un’etica pubblicamente accettata. A questo punto dovremmo chiederci: quante delle dinamiche che ci accompagnano nella nostra vita sono date per certe? Di quante cose possiamo essere sicuri? Veramente poche. Per tutto il resto, anche per cose molto importanti, abbiamo a che fare con probabilità e supposizioni. Eppure a volte dobbiamo prendere decisioni, anche importanti. Spesso uomini importanti devono prendere gravi decisioni, rivolte a risolvere problemi, senza nessuna certezza dell’esito gradito. Sperare che un qualcosa avvenga, solamente perché ci farebbe comodo, non è sufficiente: non poggia su nessun atto di ragione. La Fede ha dei presupposti razionali: una visione “ottimistica” dell’esistenza legata probabilmente alla nostra volontà di sopravvivenza che abbiamo conservato, fortunatamente, come membri del “regno” animale. Quando questa visione ottimistica viene a mancare o, addirittura, a negarsi nel suo opposto, si entra nella patologia. Questa volontà di conservazione che ci spinge a rischiare, senza alcuna garanzia, sulla base di poche istanze razionali, come se il risultato fosse certo costituisce uno dei più grammi dilemmi sulla realtà e sulla forza della Fede. Un amico che “rischia” per un altro amico; una donna che mette al mondo un figlio, un persona che rispetta idee diverse dalle sue (il fanatismo è il contrario della fede, perché si sente insicuro delle sue posizioni, volendole imporle agli altri); un uomo delle istituzioni che non si serve del proprio ruolo di “potere” per scopi personali; sono alcuni esempi di quella che genericamente e universalmente chiamiamo “Fede”. Le religioni, in particolare quella cristiana ha utilizzato questa parola grandemente accorgendosi che essa, più di ogni altra aiutava l’uomo a confrontarsi con realtà non ancora in atto ma che dovevano essere sostenute. Come ricordava Juddu Krishnamurti (1895-1986) [3], la fede è ” qualcosa di assolutamente individuale … essa non va istituzionalizzata, cristallizzata, legata a qualsivoglia setta … “. C’è qualcosa che sfugge in questa prospettiva “di fede”, e coloro che non sono legati ad alcuna ontologia, rifiutano per “antipatia” di usare questo termine. Eppure la realtà rimane, com’è vero che tutti noi siamo legati a prendere almeno una scelta importante nella nostra vita e, se questa non è a breve termine, ha necessità di uno slancio e una decisione che trascende il materialismo, il sapere e la stessa “logica” comune. Questa è la fede e, senza di essa, nessuna grande idea si sarebbe mai realizzata, senza che si “credesse” nel progetto e nel risultato finale. Poche immagini sono belle come quella di una madre che guarda un bebè che tiene in braccio, e fissandolo, sorride. Essa “vede” in lui qualcosa legato alla biologia e all’ontologia insieme. Essa vede in lui qualcosa che altri non vedono. Forse un giorno potrebbe diventare tutt’altro: non ci sono soltanto figli grati. Eppure lei continua a sorridergli e, come al momento della decisione, non smette mai di vedere in quel “progetto” qualcosa che “dovrà essere” e che lei dovrà impegnarsi a realizzare con tutte le sue forze. Cosi come le idee politiche, i progetti di lavoro, e altre realtà che tutti pensavano irrealizzabili ma che si sono realizzare grazie alla “fede” di chi le ha, in seguito, portate a termine. Detto ciò, visto ciò e ricordato ciò, non possiamo forse dire che “credere” è “vedere”, e vedere è, appunto, credere?

 

Danilo Campanella.

http://www.danilocampanella.org

 

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[1] Filosofo e teologo danese, precursore per alcuni dell’esistenzialismo, nonostante la contrarietà di Paul Ricoeur. Si legga il suo Stadi sul cammino della vita (Stadier paa Livets vei [Hilarius Bogbinder – William Afham – l’Assessore – Frater Taciturnus], 1845), tr. Ludovica Koch, Rizzoli, Milano 1993.
[2] Filosofo libanese. Si veda in particolare K. Gibran, Massime spirituali, a cura di G. e I. Farinelli, SE, Milano 1992.
[3] Filosofo apolide di origine indiana. Si vedano Su Dio, Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, 2002; La rivoluzione comincia da noi, Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, 2012; Verità e realtà, Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, 1978.

 

 

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