Antropologia della mente – Cos’è il dolore?

Dolore

di Alessandro Bertirotti.

Il dolore non possiede un significato, non ha un senso, almeno per il nostro cervello. È espressione di una distruzione, di una sofferenza casuale, dalla quale però, a volte, scaturisce la rinascita e il ritorno all’ordine. Infatti, il dolore è sempre spia di disordine, e mettendo in allarme la nostra mente su qualche cosa che non funziona come dovrebbe, procurandoci sofferenza, ci può condurre verso una positiva rielaborazione mentale. Tutti noi nel ciclo della nostra vita cerchiamo di pianificare, ossia di mettere ordine alla successione degli eventi e delle cose che caratterizzano il nostro essere nel mondo. Abbastanza spesso capita di non riuscire a far sì che le cose vadano proprio come avremmo desiderato. Siamo così costretti a rivedere i piani, le nostre posizioni, le nostre convinzioni perché, in caso contrario, i nostri progetti non si realizzeranno mai. Possiamo provare dolore in seguito all’insuccesso del piano messo a punto, con una sofferenza interna che deriva proprio dal vedere contrastata la nostra volontà. E così ci fermiamo per raccogliere le nostre forze, per trovare possibili alternative, ristrutturando il campo di azione, e proseguire così verso la meta. Ecco come il caos, la distruzione, il dolore, intesi come disordine, diventano motori indispensabili per la creazione di un ordine futuro, certamente migliore nuovo. Certo, questa consapevolezza non procura piacere negli esseri umani, specialmente quando la distruzione di qualche cosa è legata alla perdita di ciò che amiamo. Ecco perché il dolore non ha mai un senso nella vita dell’uomo: perché esso mette in scena una perdita, oppure un disordine, per il quale soffriamo e che ci procura un sentimento di mutilazione che può perdurare nel tempo con una certa forza. Stiamo ovviamente parlando di un tipo di dolore che possiamo definire mentale o psicologico, perché nei confronti di quello fisico il discorso cambierebbe notevolmente. Proprio riferendoci a questo ultimo caso vi sono situazioni in cui devo, in qualche modo, adattarmi al nuovo, abbandonando qualche cosa di vecchio al quale mi ero affezionato. Si tratta di una perdita che può essere vissuta dolorosamente, anche se metto sul piatto della bilancia la novità rispetto al già noto, al vecchio, ed approvo il nuovo, perché migliora le mie condizioni di vita e il mio sentire interiore. Ecco spiegato perché l’accettazione del nuovo dipenderà dalla sua capacità di presentarsi nella mia vita come qualcosa di effettivamente migliore. Ma per procedere a questa valutazione, ho bisogno di tempo e devo avere la possibilità di fare un certo percorso di vita accanto alla novità.

Tutto questo discorso ci sembra particolarmente importante oggi, perché stiamo vivendo in un’era in cui il livello di conoscenza di tutto quello che accade nel mondo è decisamente alto, e non possiamo più permetterci di pensare solo al nostro piccolo orticello. Si tratta di cambiare orizzonte e posizione, per osservare le cose da un altro punto di vista, come se ci fosse richiesto di alzare la nostra statura e di vedere le cose da una posizione molto più elevata. Oramai ci stiamo rendendo conto che la nostra vita dipende dalla qualità della vita delle altre persone, e questa consapevolezza procura inevitabilmente una sorta di “dolore” generalizzato. Non meravigliamoci quindi se abbiamo ancora bisogno di tempo per adattare la nostra mente ad assumere una coscienza più universale. Non sarà una cosa facile, ma sarà l’unica cosa possibile da fare perché non abbiamo alternativa.

fonte: http://www.affariitaliani.it

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