Il bello della Diretta: Rousseau contro Grillo

cecereAl tradizionale Forum di Villa D’Este a Cernobbio è intervenuto il rivoluzionario internettiano Gianroberto Casaleggio. Il guru della nuova svolta epocale della politica del “many to many” si è posto benevolmente al cospetto di quello che lui, probabilmente, reputa un anacronistico rituale della vecchia società post industriale.  Come ogni guru che si rispetti, il sig. Casaleggio ha elargito alla platea una serie di verità apodittiche, tese ad imporre il proprio punto di vista in un consesso di uomini protesi a fagocitare ogni innovazione della società politica. Da buon illuminista ho intenzione di porre questi giudizi dinnanzi al tribunale della Ragione. Vorrei provare a rispondere a Casaleggio procedendo in maniera non apodittica, con alcuni esempi pratici, alle questioni poste nell’intervento al Forum dei potenti di turno. Cercherò di capire quali siano i punti principali dell’innovazione che la rete ci regala e che ci porteranno nella società Gaia immaginata dai pentastellati e che riguardano la possibilità di un accesso diretto del popolo al potere. Analizziamo i due punti più interessanti della teoria di Casaleggio. Il primo: “l’avvento di Internet porta trasparenza in politica”. L’esperienza odierna che tutti possiamo toccare con il mouse è che miliardi di opinioni sul web, con interviste citate a memoria, scoop per sentito dire, cinguettii di leader politici tesi ad avvelenare ogni avvenimento per conquistare la simpatia dell’elettorato, più che offrire trasparenza, alzano una coltre di nebbia innanzi allo sguardo attonito dell’internauta solitario. Il secondo punto di grande interesse: “Il politico diventa esecutore della volontà dei cittadini e del programma; il programma viene discusso insieme ai cittadini, proposto dai cittadini durante il periodo elettorale con la trasparenza delle attività parlamentari e delle decisioni governative che sono state concordate con i cittadini”. La fissazione riguardo la possibilità del cittadino comune di partecipare alla vita politica direttamente si scontra con l’esperienza di ognuno di noi circa la nostra vita quotidiana. Il primo aspetto negativo di questo punto riguarda la competenza necessaria che ogni cittadino dovrebbe avere per poter verificare gli argomenti da discutere in sede decisionale. L’istruzione di massa, nella società contemporanea, prevede una forte specializzazione, tesa a rispondere alle esigenze della divisione del lavoro. Chiunque di noi si troverebbe ignorante in tutte le questioni non attinenti al proprio campo di studio o professionale. Il costo della consapevolezza del cittadino si tradurrebbe in un impegno di ognuno a un continuo aggiornamento per ogni argomento non di propria pertinenza. L’alternativa, assai peggiore della delega politica, sarebbe la delega tecnica. Votare questioni politiche secondo i dettami di specialisti (pagati da chi, con quali interessi etc) trasformerebbe il cittadino sovrano in un semplice addetto alla ratifica di decisioni preso da un’élite competente. Allo stesso modo, la società odierna, ci costringe ad un agonismo sociale spinto da una dinamica di ottimizzazione del lavoro, secondo la trionfante mentalità economicista. In questo quadro di furiosa lotta per la conquista del proprio spazio vitale, mi resta difficile immaginare sessanta milioni di cittadini davanti a un computer a ragionare pacatamente del Bene Comune. Quello che riesco ad immaginare è la lotta fra fazioni che si dividerebbero su ogni argomento. Il singolo, immerso nelle mille problematiche della propria esistenza, più che un attivista delle proprie opinioni e convinzioni, diventerebbe un tifoso delle opposte istanze in lotta per l’approvazione politica. La nostra esperienza ci dovrebbe rendere cauti al riguardo di argomentazioni che si reggono su citazioni fatte a sproposito. Il sig. Casaleggio, nel tentativo di valorizzare e nobilitare il proprio discorso, cita la fonte di ogni Rivoluzione politica moderna: Il Contratto Sociale. Nel suo discorso a Cernobbio fa risalire il fondamento teorico della Democrazia diretta non dall’avvento di Internet, ma dalla filosofia di Rousseau citando questo passo: “nel momento in cui i cittadini permettono di essere rappresentati essi perdono la loro libertà, così ogni legge non ratificata dal popolo è invalida, i rappresentanti si trasformano in una oligarchia e i cittadini diventano sempre più alienati.” Sorvolando sulla precisione della citazione in questione, confermo che nel capitolo XV del Libro III Dei Deputati e Rappresentanti (ricordo solo per la cronaca che nel 1772 non esistevano democrazie rappresentative a parte  l’esperienza parziale Inglese, per cui i riferimenti di Rousseau non sono riconducibili alla nostra scienza politica contemporanea) Rousseau orienta certamente nel senso citato da Casaleggio i motivi della sua contrarietà alla delega politica, ma con delle riserve. Infatti in questo capitolo ricorda: “Non essendo la legge nient’altro che la manifestazione della volontà generale, evidentemente il popolo non può essere rappresentato nel potere legislativo; ma può e deve esserlo nel potere esecutivo che altro non è se non la forza applicata alla legge […] Presso i greci il popolo faceva da sé tutto ciò che aveva da fare; era continuamente riunito in piazza. Viveva […] gli schiavi sbrigavano i suoi lavori, il suo grande impegno era la libertà”. A questo punto Rousseau mostrava un sussulto di stupore nel suo stesso ragionamento: “ Ma come? La libertà si può mantenere solo con l’appoggio della schiavitù? […] il cittadino non può essere perfettamente libero senza che lo schiavo sia estremamente schiavo”. Questa lunga citazione ci getta in un profondo dubbio. Ma Rousseau credeva davvero nella Democrazia diretta? Per toglierci questo dubbio consultiamolo ancora una volta citando il capitolo Quarto del libro terzo Della Democrazia in cui parla apertamente dell’opportunità di questo tipo di costituzione: “Volendo prendere il termine nella sua rigorosa accezione (Democrazia diretta dunque), una vera Democrazia non è mai esistita e non esisterà mai. […] non si può immaginare che il popolo resti senza interruzione adunato per attendere agli affari pubblici, ed è facile vedere che non potrebbe stabilire delle commissioni allo scopo senza che la forma di governo ne risultasse mutata”.  Sorvoliamo, per brevità, su tutta la parte in cui specifica che la possibilità di una tale forma di Stato sarebbe compatibile eventualmente solo in un piccolissimo territorio, dove tutti si conoscono e dove i costumi siano ben saldi e il lusso sia sconosciuto. Soffermiamoci sul giudizio perentorio con cui conclude il suo ragionamento sull’opportunità della Democrazia diretta. Facciamoci rispondere da Rousseau così com’è riportato nel suo testo che tanto ispira i rivoluzionari pentastellati: “Se ci fosse un popolo di dèi si governerebbe democraticamente. Un governo tanto perfetto non conviene ad uomini”. Quello che il Gianroberto non comprende dell’utopia roussoiana è che il Contratto Sociale cerca il fondamento dello Stato legittimo, ovvero quel tipo di Ordine politico in cui la forza della legge si sostituisca alla forza fisica. Bisogna trovare delle leggi giuste che liberino l’uomo dalla schiavitù, questo è il significato della famosa frase: “l’uomo è nato libero e ovunque è in catene”. Rousseau è stato prima di tutto un feroce critico della corruzione derivante dalle società in cui la diseguaglianza fra gli uomini è alla fonte del legame politico. Finché non avremo escluso dall’associazione il potere che si esercita tramite la violenza e l’abuso e, soprattutto, finché vi sarà un cittadino abbastanza ricco da poterne comprare un altro e uno così povero da doversi vendere, noi non avremo mai degli uomini in grado di esercitare una sovranità vera. Finché un solo uomo è in vendita, non esiste espediente procedurale alcuno che ci conduca alla Democrazia. Per Rousseau la Volontà generale è una concezione trascendentale della sovranità, un concetto limite a cui aspirare, un’idea della Ragione fonte di giustizia. Il web non è connotabile come una fonte di valori, ma solo come uno strumento per veicolare la voce di tanti e disparati uomini. Proprio su questo punto non si può affidare al pensiero di Rousseau l’onere della giustificazione delle idee del Grillo nazionale. Il pensatore ginevrino sapeva perfettamente che un aggregato di persone non sarà mai un popolo. Dietro la massificazione deresponsabilizzante del web, gli abitanti di un Paese resteranno sempre delle monadi eterogenee. Uno Stato senza un legame morale, senza una coscienza collettiva su cosa sia il Bene comune, una Carta costituzionale condivisa, non sarà mai pronto per l’utopia del governo del popolo. Alla fine di questo ragionamento mi sorgono due domande. Ma se a giustificare la Web Democrazia c’era Rousseau e ora il Jean Jacques si defila, il pensiero di Casaleggio non ha alcun fondamento? Ma se già il buon senso di alcune nostre perplessità, tratte dalla nostra misera esperienza, ci dice che questa storia è un po’ una bufala, dov’è il bello della Diretta?

Antonio Cecere

Fonte: Critica Liberale

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