Intervento in Siria : impasse o soluzione?

images (1)Sami é una ragazza siriana che ha deciso di arruolarsi all’interno delle fila rivoluzionarie. Sami racconta che molte ragazze sono disposte a rinunciare ad una laurea in Ingegneria pur di prender parte alla lotta. La Siria é una terra che non ha smesso di raccontare storie di atrocità negli ultimi 20 mesi. Un luogo dove la secolarizzazione dei popoli non sopprime ma fomenta il radicalismo di una società che non può scindere il contesto politico da quello religioso e in cui l’idea di nazione non é sufficiente a stabilire dei confini ideologici. Confini mobili che si scontrano con un tempo immobile, fisso al marzo 2011 quando i primi scontri infuocavano le città di Damasco e Deraa. Da allora, nulla sembra essere cambiato per l’occhio occidentale se non l’intensità della guerra civile e il senso di impotenza della comunità’ internazionale. Gli Stati Uniti e la Russia rievocano scenari di guerra fredda. La diplomazia convive con un sentimento di tensione. Bisogna aspettare tre lunghe settimane perché l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (Organisation for the Prohibition of ChemicalWeapons ) riveli l’esito delle analisi effettuate dagli ispettori delle Nazioni Unite per capire chi ha utilizzato tali armi.

Che gas nervino e gas mostarda (i più noti tipi di armi chimiche ndr) siano stati utilizzati nel conflitto é pressoché indubbio. Numerosi scienziati hanno infatti rimarcato che le vittime degli ultimi attentati non presentino ferite da armi da fuoco ma ustioni, vesciche o che addirittura siano morti in seguito a soffocamento. In ogni caso, gli Stati Uniti sono già convinti che le atrocità commesse dal regime di Assad siano tali da poter eludere il consenso in seno al Consiglio di Sicurezza o alla NATO. E anche quella del Congresso degli Stati Uniti é una mossa puramente mediatica e di facciata, così come la campagna interventista portata avanti in maniera schizofrenica dalle reti tv statunitensi.

Del resto il presidente Obama non ha alternative. Un premio Nobel per la pace la cui credibilitàé stata più volte messa in discussione, a partire dagli attacchi per mezzo di droni fino al data gate. Pertanto, Obama ha bisogno di riacquistare il ruolo di portavoce deidiritti civili dei propri cittadini. Specie nel momento in cui in politica estera non sembra distanziarsi dalla retorica neo conservatrice dell’amministrazione Bush. Sebbene i mezzi, quelli militari, siano gli stessi, i fini divergono. Mentre Bush aveva in mente un progetto di “regime change” in Iraq poi fallito, Obama sogna un intervento che punti alla fine di una dittatura che ha causato ormai 100.000 morti. In entrambi i casi i giacimenti di petrolio, sebbene in quantità diverse (60% del PIL in Iraq contro 25% in Siria, laddove il primo ha un PIL quasi doppio rispetto al secondo) rappresenta un “payback” non indifferente.

In ogni caso, il diktat statunitense é dettato soprattutto dalla rottura politica interna alla NATO. Il “no” britannico rafforza il blocco Europeo costituito dall’asse Merkel-Bonino mentre Hollande mostra un nuovo volto interventista. Un cambio di rotta politica che ha però ripercussioni ben più ampie.

Gli interventi in Kosovo, Iraq, Libia sono sempre stati implementati attraverso una joint force con o senza il consenso ONU. Se gli Stati Uniti dovessero decidere di avanzare a gamba tesa si avrebbe un precedente senza eguali, peraltro contrario alle norme di diritto internazionale.

Insomma un intervento non legale e probabilmente neanche legittimo. Chi dovrebbe garantirne la legittimità se non ci fosse alcuno Stato a sostenere l’operazione militare?

E mentre John Kerry continua la sua opera di proselitismo diplomatico, l’ordine geopolitico si scuote al di fuori dei confini Mediorientali. Il filo Iran-Israele diventa sempre piùteso mentre gli scontri a Beirut tra Sciiti (pro-Assad) e Sunniti a favore dei ribelli rende la Giordania (affiliata ad Obama) vittima di una destabilizzazione politico-sociale.

Insomma, in questo scenario molte questioni rimangono irrisolte.

Come riusciranno gli Stati Uniti a non far spezzare questi fili sottili ed invisibili che legano le cancellerie diplomatiche ed evitare un effetto domino in un Medio Oriente che si lecca ancora le ferite provocate dalla Primavera Araba? Quali conseguenze questo conflitto sta provocando nei rapporti tra Hezbollah ed Al Qaeda? Saprà la Coalizione Nazionale Siriana garantire la stabilizzazione politica del Paese? Quale ruolo avranno i jihadisti?

In che modo e supportati da chi gli Stati Uniti effettueranno l’intervento? No-fly zone? Intervento via terra attraverso una zona cuscinetto?

E mentre l’Europa si affanna tanto a negoziare con Washington, il vicinato mediorientale arranca davanti a due milioni di rifugiati (dati UNICEF, 27 agosto 2013), un numero troppo grande da sostenere per le loro e le nostre coste e che richiede una risposta coordinata tra Nord e Sud del Mediterraneo.

Sami é una ragazza siriana che ha deciso di arruolarsi all’interno delle fila rivoluzionarie. Sami é stanca. Sami vorrebbe che un giorno tutto questo avesse fine.

Natalia La Torre.

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fotoNatalia La Torre ha 22 anni e studia Relazioni Internazionali. Dopo essersi laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università degli Studi di Trieste, si é trasferita nel Regno Unito dove sta conseguendo un Master in Relazioni Internazionali e Diritto Internazionale. Legata all’associazionismo e alla politica ormai da anni, collabora e lavora per la Young Ambassador Society da un anno e mezzo circa ed occupa la posizione di Coordinatrice per le Relazioni Esterne.

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