Antropologia della mente – L’attenzione, ossia “ad tendere”

bertiCon il termine “attenzione” spesso ci riferiamo a cose diverse, o meglio vogliamo significare un atteggiamento della mente, una disposizione psichica, grazie alla quale riusciamo a concentrarci su qualcosa di preciso, sia esso determinato o indeterminato. Non importa, in effetti, che l’oggetto della nostra attenzione abbia un perimetro ben definito oppure abbia un contorno che a mala pena si individua. Vi sono, inoltre, casi in cui questo contorno non riusciamo decisamente a vederlo e tanto meno ad immaginarlo. Si prenda come esempio, la facilità con cui riusciamo a focalizzare la nostra energia sensoriale su un tavolo e cosa ci accade, invece, quando la vogliamo focalizzare sulla linea dell’orizzonte, esattamente lungo il confine che vediamo al tramonto dalla spiaggia separare il cielo e il mare. Dove possiamo fermare lo sguardo se non troviamo limiti, barriere ed ostacoli? Con un tavolo tutto è molto più facile, perchè riusciamo a dare una forma alla nostra attenzione, e questa forma ci permette di de-scrivere, de-limitare la nostra attenzione. I due tipi di risultato dell’azione attentiva sono però entrambi funzionali: di fronte all’orizzonte ci troviamo a dover decidere noi stessi dove fermarci e se fermarci, mentre di fronte al tavolo siamo fortemente condizionati dall’oggetto e costretti inevitabilmente a fermarci. Con il tavolo, l’attenzione si limita alla forma dell’oggetto, mentre con l’orizzonte l’attenzione dipende solo da quello che vogliamo vedere, o meglio, da come ci “sentiamo” in quel momento. E grazie a questo sentire, possiamo concludere l’azione della mente in due direzioni: fermarci a riflettere sul fatto che si è di fronte a qualcosa che non si riesce a delimitare e dunque “riflettere” sul proprio ruolo di fronte all’infinito, oppure attribuire a quello che si vede la natura dell'”ovvietà“, della normalità, proprio perchè si tratta di orizzonte. Il risultato ulteriore di questi due atteggiamenti, è che con il primo ci si evolve sempre, con il secondo si regredisce con molta probabilità ad uno stato di semi-coscienza esistenziale. Coloro che fanno ricerca scientifica hanno a che fare quotidianamente con i tavoli, ma cercano l’orizzonte nel primo modo oppure nel secondo. In questo ultimo caso, si tratta di ricercatori, validissimi scienziati, generalmente tristi… a meno che non abbiamo incontrato l’amore nella loro vita. E se lo hanno incontrato, anche se lo negano, hanno trovato l’orizzonte del primo atteggiamento. Ecco perchè credo che noi tutti, esseri umani, siamo decisamente molto più banalmente simili che esistenzialmente originali.

Alessandro Bertirotti

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lion-bert-4-0k_675514Alessandro Bertirotti è nato nel 1964. Si è diplomato in pianoforte presso il Conservatorio Statale di Musica di Pescara e laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Firenze. È docente di Psicologia Generale presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Genova e Visiting Professor di Antropologia della mente presso la Scuola di specializzazione in Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. Nell’aprile 2009, ha tenuto un ciclo di lezioni durante il Terzo Congresso Internazionale di Psicologia, presso il Centro Universitario de Ixtlahuaca (CUI), in Mexico, sul tema della costruzione dell’etica nell’umanità. È socio fondatore e vice presidente della ANILDA (Associazione Nazionale per l’Inserimento Lavorativo e l’emancipazione dei Diversamente Abili – http://www.anilda.org) con sede a Milano. E’ membro dell’International Institute for the Study of Man di Firenze, dell’A.I.S.A. (Associazione Interdisciplinare di Scienze Antropo-logiche) e della Società di Antropologia ed Etnologia di Firenze. È direttore scientifico della collana Antropologia e Scienze cognitive per la Bonanno Edizioni, e membro della Direzione scientifica della Rivista scientifica on-line http://www.neuroscienze.net. 

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