Coscienza e robot: un’ipotesi ermeneutica.

images (1)Si parla spesso di robot-umani, dotati quindi di coscienza. Ma è possibile? Gli studiosi si arrovellano su questo tema da decenni. Per molti scienziati è possibile,e sarà solo questione di tempo. Per altri, tra cui i filosofi, no. Ecco un parere negativo in merito:

“Comincerò col parlare di ermeneutica. L’ermeneutica è in filosofia il metodo con cui è possibile interpretare, ερμηνευτική, e quindi avere chiara la verità. Essa è apparentemente estranea all’oggetto del nostro interesse. Oggetto dell’ermeneutica non sono gli oggetti in sè, ma la loro comprensione. Non ho intenzione di entrare nell’ambito vertiginoso e fuorviante di un’ermeneutica debolista ( Nietzsche, Vattimo ) la quale fondando un relativismo etico e teoretico enuncia prospettive soggettive, relative al tempo, alla storia, alle persone, piuttosto presentarla brevemente e chiarirne l’origine. Il metodo ermeneutico trae le sue radici fin dalla più remota antichità, nascendo in ambito religioso con lo scopo di spiegare la corretta interpretazione degli dei attraverso gli ermeneutes, gli oracoli, ( Pitia, Sibilla Cumana ) interpreti appunto del messaggio divino, poi dei testi sacri ( esegesi ebraico-cristiana ). Ecco che la stessa filosofia nasce come interpretazione di miti  e dunque de-mitizzazione ( del mito ). Nel mito vi era impressa la falsità del mondo immaginifico, ma anche la realtà, la verità del logos, della ragione che la esprime. Aristotele stesso affermava nel I libro della metafisica che anche il mitologo è, in qualche modo, filosofo. Platone utilizzò i miti per spiegare i concetti attraverso simboli, in quel procedimento che fu probabilmente la prima forma di parabola. Durante il II sec. d.C. ad Alessandria d’Egitto  assistiamo alla convivenza di zoroastrismo, ellenismo, culti misterici, in un sincretismo religioso senza precedenti. Ecco nascere la gnosi cristiana, l’interpretazione delle scritture secondo canoni ritenuti errati dai cristiani propriamente ortodossi. Fino ad ora il primo tentativo di de-mitizzazione. Il secondo tentativo fu sicuramente nella filosofia moderna quella del Tractatus spinoziano. Nel 1677 Spinoza sovraordina il logos rispetto al mithos. Tutto ciò che la Sacra Scrittura afferma detto tramite la ragione. Deus sive natura. Il terzo tentativo di de-mitizzazione è quella contemporanea, rappresentata dalle due correnti ermeneutiche radicale ( Odifreddi ) e gnostica (Codice Da Vinci docet) in cui viene esplicitata l’inesistenza dell’equilibrio V/F.

E’ davvero così automatico come l’illustre Asimov ci presentava che l’organismo meccanico, fedelmente costruito nei più minimi particolari simile all’organismo umano, possa arrivare a ritrovarsi la scintilla della coscienza?

Siamo ora nel XIX secolo e W. Dilthey (1), fondatore dello storicismo tedesco, afferma la centralità del processo della comprensione all’interno delle scienze dello spirito, fondando questa asserzione su una ontologia secondo la quale il comprendere non è un comportamento teorico specialistico, ma fondamentale, che l’uomo intrattiene con se stesso. Spiegare e comprendere non si differenzierebbero come due metodi diversi per chiarire uno stesso oggetto ma sono due diverse direzioni della coscienza che giungono a costituire due differenti categorie di oggetti. Agli oggetti dello spiegare corrispondono le scienze empiriche, a quelli del comprendere le scienze storico-sociali. La circolarità della comprensione è il modo in cui la vita si riferisce a se stessa, impegnando le tre facoltà dell’animo, intelletto, sentimento e verità. Dilthey fu probabilmente il primo ad applicare l’ermeneutica metodologica, cercando interpretazioni sistematiche e scientifiche, situando ogni problema nel suo contesto storico originario. L’ermeneutica ci appare ora unicamente come conoscenza storica, azione che porta a coscienza della vita. Pensare la vita.

 

Heidegger spostò il problema centrale nella sua ermeneutica dall’interpretazione di testi alla comprensione esistenziale, che lui considerava come un essere-nel-mondo. E’ dunque assente da qualunque testo o simbolo, un essere autentico, non semplicemente come presupposto empirico per la conoscenza. Egli tenta di stabilirlo su base ontologica, che nasce dalla fenomenologia di Husserl come fondazione fenomenologia dell’ermeneutica, convinto che noi tutti pensiamo secondo le modalità con cui viviamo la nostra esistenza, la nostra vita, nel mondo, con gli altri, per la morte, per una possibile immortalità. Ecco che pensare non è solo un fatto mentale, ma anche esistenziale.

Uno dei problemi fondamentali dell’ermeneutica resta quello di dare un’oggettività all’interpretazione data, indipendentemente da chi la esegue  e dal contesto storico in cui avviene tale interpretazione. Tradurre e interpretare senza deviare il pensiero dell’autore. Tradurre è infatti gìà una forma di interpretazione.

Passiamo dall’ermeneutica prettamente come metodo filosofico a un’ermeneutica dall’approccio ontologico. Come nell’esempio dell’uso che ne fa la tradizione luterana, la nozione originaria del termine, invalsa nella dottrina teologica ortodossa, effettivamente intendeva l’ermeneutica come la tecnica della corretta esegesi dei testi sacri.  Bultmann, teologo protestante, soleva dire che “ credere è comprendere ”. Tuttavia colui che ha maggiormente contribuito alla diffusione del termine, appunto Gadamer, sin dalle prime pagine del suo Verità e metodo, ha specificato come la sua riflessione ermeneutica mirasse a rivelare il carattere universale del fenomeno del comprendere le strutture trascendentali che ne rendono sempre di nuovo possibile la genesi nel pensiero umano. Gadamer sul sentiero di Essere e tempo di Heidegger si rivolge alla figura della pre-comprensione, quella tendenza che il pensiero quando si appropinqua intenzionalmente a conoscere qualcosa, ( es. un testo scritto ) mostra ad attribuire all’ente un senso preconcetto non  arbitrario, in quanto riflette il senso in cui la tradizione linguistica assume quell’ente. Tutto ciò prende inevitabilmente le distanze dalla visione gnoseologica illuminista(2).

 

Il problema che più preme risolvere, probabilmente, è quello che scaturisce dalla ricerca su che cosa costituisca la mente e il pensiero, e se questo sia qualcosa di immateriale o di materiale; come il pensiero opera e lavora, e quindi cosa esso sia. Si è indicata sovente la logica come l’indagine sul come, e la gnoseologia l’indagine sul che cosa. Per ciò che riguarda il come sono stati fatti progressi considerevoli, e resta tutt’oggi irrisolto il che cosa, ossia il problema dell’essenza dei fenomeni mentali.

Su questo fronte agiscono le ricerche contemporanee sull’Intelligenza Artificiale (IA), sotto le quali la tematizzazione della natura umana viene sospinta a ricercare l’identità della nostra condizione in altro-da-sé rispetto alla pura ratio, stagliandosi verso tre elementi: autocoscienza, intenzionalità, responsabilità.

Per ciò che concerne il “ come ” pensare, è stato lo studio del linguaggio a donare un apporto primario, attraverso lo studio e la costruzione dei cosiddetti linguaggi dominabili, forme di linguaggio rigorose, in grado di rappresentare tutto ciò che si può dire con il linguaggio mentale. Il primo a intuire l’esigenza di una characteristica universalis  fu Leibniz, le cui ricerche sulla possibilità di un linguaggio in cui vengano perfettamente esplicitate le regole per la definizione di espressioni di base(3) e per la manipolazione deduttiva delle formule(4) si concretizzarono con Russel, Frege e Peano agli inizi del Novecento. Questi linguaggi hanno messo in evidenza un nervo scoperto: i limiti delle capacità del calcolo manuale. Per evitare che l’esplicitazione di concetti di una certa complessità dia luogo a formule lunghe e complesse, è necessario l’ausilio di strumentazioni automatiche, i moderni computer, in grado di calcolare molto più velocemente e in modo esatto calcoli che l’uomo non riuscirebbe ottimamente ad eseguire manualmente.

Per ciò che concerne il “cosa” siano i fenomeni mentali, invece, resta un vuoto incolmato. Idee, ricordi, emozioni. Per sapere che cosa siano dovremmo risolvere il problema del tutto filosofico del rapporto tra pensiero e materia, presentato ancora secondo lo schema duale di Cartesio. Se il mentale è libero, la materia è dominata rigidamente da leggi fisiche, preservando la differenza tra fenomeni mentali e fenomeni fisico-mareriali. Con L’IA la questione viene impostata in modo del tutto differente.

Tutti i ricercatori di Intelligenza Artificiale hanno principalmente due strumenti che supportano le loro teorizzazioni. Il primo consiste nelle nozioni di linguaggio formale e computazionale (calcolo logico), le quali consentono di esplicitare concetti complessi in ambito di linguaggi simbolici formalizzati, servendosi di un linguaggio formale e assumendo così assiomi dai quali derivare altre formulazioni attraverso l’applicazione delle regole deduttive. Il secondo è rappresentato dai computer elettronici, che rappresentano i linguaggi simbolici in forma digitale come cifre in successione. Essi imitano un sistema formale effettuando le relative deduzione per mezzo di regole meccaniche(5).

Nella sua opera Artificial Intelligence and Natural Man del 1979 Margareth Boden presenta la sua teoria del modello computazionale della mente e delle sue tre idee guida:

 

  1. L’essenza dei fenomeni mentali consiste nella capacità che un organismo possiede di recepire informazioni dall’ambiente esterno, elaborarle autonomamente secondo algoritmi propri fornendo risposte autonome all’ambiente. Costituendo ulteriore fonte di conoscenza(6).
  2. L’elaborazione delle informazioni può essere espressa computazionalmente(7).
  3. Un sistema elaborazionale intelligente per definizione astrattamente costituito consterebbe di molteplici sottosistemi collegati tra loro, che trasformano a livello inferiore nel livello superiore(8).

Qui il pensiero viene visto come una descrizione ad alto livello di un sistema che ai livelli sottostanti è governato da regole semplici.

Oggi le ricerche sull’IA non si propongono di imitare in tutto e per tutto l’intelligenza dell’uomo costruendo un costrutto a noi simile, piuttosto sezionare le singole capacità mentali e studiarle singolarmente. Questa ipotesi sostiene che alcune capacità mentali possano essere estratte dal substrato celebrale e realizzate attraverso un calcolatore elettronico, dotato di algoritmi di calcolo logico che vengono composti sulla base delle osservazioni delle capacità umane(9).

Sulla lettura del classico Declino e caduta dell’Impero romano Gibbon, Asimov crea il suo Ciclo delle Fondazioni,  nel cui affresco futurista introduce un concetto, la psicostoria, caratteristica peculiare della coscienza di Asimov(10).

Asimov ha il merito di rinnovare, a suo tempo, il concetto di robot  per un versatile costrutto che, sostituendo in tutto e per tutto l’uomo nelle azioni brute, viene prodotto su scala industriale.

Io, robot, Il secondo libro dei robot e Tutti i miei robot  sono i racconti in cui lo scienziato enunciò un particolare e fondamentale concetto attraverso le tre Leggi robotiche. Prima di affrontare l’argomento vorrei soffermarmi su un racconto in paricolare: Io, robot. Come traspare dal titolo Asimov utilizza Io per calcare il significato della coscienza che lentamente si fa strada nei circuiti del robot, meandri attivi della mente cibernetica. Io, appunto. Asimov ipotizza la possibilità di costruire un apparato psichico in tutto e per tutto simile a quello umano, tanto da “contenere” una delle tre istanze psichiche (le altre due sono l’Es e il Super-Io). Da un lato l’Io espresso da Asimov controlla la percezione del robot, il comportamento, il pensiero logico; d’altro lato esso si presenta come in parte inconscio e in parte preconscio. La componente inconscia dell’Io, come già Freud esprimeva, si presenta nei meccanismi di difesa, i quali molto spesso sono inconsci in due sensi: il soggetto (robot nel caso) non ricorre ad essi, e il principio che li governa (processo) è primario, esattamente come quello che vige all’interno dell’Es. In quanto istanza distinta, l’Io possiede autonomia, che però di fatto è limitata poiché deve continuamente confrontarsi con esigenze  e pericoli esterni, con le esigenze pulsionali dell’Es e con le imposizioni del Super-Io. A livello genetico l’Io costituisce una differenziazione dell’Es, determinata dalla penetrazione in quest’ultimo della realtà esterna attraverso processi percettivi, dall’altro l’Io risulta scaturire da identificazioni che generano un oggetto d’amore ( il robot può uccidere un essere umano, o permettere che questo lo faccia, se ciò viene identificato come libera volontà dell’uomo, e quindi, come un bene?) investito dall’Es. Certo la complessità e la contraddittorietà della definizione di Io ha condizionato gli sviluppi della psicoanalisi post-freudiana, dall’evolversi della metapsicologia, alla psicologia dell’Io.

 

  1. Prima Legge 

Un robot non può recare danno a un essere umano, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno.

  1. Seconda Legge 

Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, a meno che questi ordini non contrastino con la Prima Legge.

  1. Terza Legge 

Un robot deve salvaguardare la propria esistenza, a meno che questa autodifesa non contrasti con la Prima o la Seconda Legge.

 

Legge Zero 

Un robot non può danneggiare l’Umanità, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, l’Umanità riceva danno;

Con l’introduzione di questa legge, le tre precedenti vengono modificate, e a tutte le leggi viene aggiunta la postilla ‘A meno che questo non contrasti con la Legge Zero’. Ma che cos’è questo costrutti in tutto e per tutto somigliante, non solo nelle funzione, ma anche nell’aspetto, agli esseri umani?

La prima vera tecnologia degli automi meccanici si può far risalire al medioevo, quando si cominciano a costruire le prime figure mobili che arricchivano i campanili e gli orologi delle chiese. Il primo progetto documentato di un androide è firmato da Leonardo Da Vinci e risale al 1495  circa: appunti riscoperti negli anni ’50 nel codice atlantico e in piccoli taccuini tascabili databili intorno al 1495-47mostrano disegni dettagliati per un cavaliere meccanico. Nel linguaggio comune, un robot è un’apparecchiatura artificiale che compie determinate azioni in base ai comandi che gli vengono dati e alle sue funzioni, sia in base ad una supervisione diretta dell’uomo, sia autonomamente basandosi su linee guida generali, magari usando processi di intelligenza artificiale questi compiti dovrebbero essere intesi al fine di sostituire o coadiuvare l’uomo, come ad esempio nella fabbricazione, costruzione, manipolazione di materiali pesanti e pericolosi, o in ambienti proibitivi o non compatibili con la condizione umana o semplicemente per liberare l’uomo da impegni.

Il termine robot viene usato per indicare un essere artificiale, un automa che replichi e somigli a un animale (reale o immaginario) o ad un uomo. Il termine ha finito per essere applicato a molte macchine che sostituiscono direttamente un umano o un animale, nel lavoro o nel gioco. In questo modo, un robot può essere visto come un tentativo di biochimica. L’antropomorfismo è forse ciò che ci rende così riluttanti a riferirci a una moderna e complessa lavatrice, come a un robot. Comunque, nella comprensione moderna, il termine implica un grado di autonomia che escluderebbe molte macchine automatiche dal venire chiamate robot. Si tratta di una ricerca per robot sempre più autonomi, il che è il maggiore obbiettivo della ricerca robotica e il motivo che guida gran parte del lavoro sull’IA.

Quando gli studiosi di robotica iniziarono i primi tentativi di imitare l’andatura di uomini e animali, scoprirono che era incredibilmente difficile; era richiesta una capacità di calcolo molto superiore a quella disponibile all’epoca. Così si diede enfasi ad altre aree di ricerca. Semplici robot con le ruote furono usati per condurre esperimenti su comportamento, navigazione, e studio del percorso. Quando gli ingegneri furono pronti a tentare di far camminare di nuovo i robot, scelsero di provare con esapodi o altre piattaforme a più zampe, simili per forma e movimento agli insetti ed agli artropodi Questa scelta ha portato a risultati di grande flessibilità ed adattabilità a diversi ambienti. La maggiore stabilità data dalle quattro o più zampe rende più facile il lavorare con loro. Solo in tempi molto recenti si sono fatti progressi verso robot deambulanti.

Un altro campo di grandi progressi è quello medico. Alcune società produttrici hanno ottenuto le necessarie autorizzazioni per poter far utilizzare i loro robot in operazioni chirurgiche dall’invasività minima. Un settore affine, quello dell’automazione dell’attività di laboratorio analitico, vede robot da banco impegnati nelle attività routinarie di incubazione, manipolazione di campioni ed analisi chimica e biochimica.  Un impulso fondamentale a questo tipo di lavoro è data dalla ricerca militare nelle tecnologie di spionaggio. Attualmente, un settore in pieno sviluppo è rappresentato anche dai sistemi per la manipolazione con ritorno di forza, le cosiddette interfacce aptiche. Asimov stesso ha basato molti dei suoi racconti e romanzi sull’applicabilità e sufficienza delle Tre Leggi. Le leggi che potrebbero o dovrebbero applicarsi ai robot o ad altro “capitale autonomo” in cooperazione o in competizione con gli esseri umani. Nonostante ciò auspicato da illustri scienziati molto inclini allo scientismo l’attenzione degli stati e delle grandi società multinazionali non si è ancora volto alla ricerca robotica avanzata. I problemi sono molti. La tecnologia odierna è ancora sufficiente per sopperire alle esigenze dell’uomo contemporaneo e del suo mercato. Ai costrutti artificiali dalle sembianze umane, i robot, è preferibile lo studio e la costruzione di parti di esse(11), e perfino in campo militare, laddove si potrebbe prevedere un vasto utilizzo di aneroidi soldato, si preferisce ancora l’arruolamento di uomini in carne ed ossa. Mecha(12) o mech è la definizione con cui si identificano le macchine robotiche artificiali dalla caratteristica forma di esoscheletro da combattimento, genericamente di forma umanoide, ma anche a forma animale. I fenomeni di autoregolazione come quelli automatici o adattativi, e la comunicazione dei sistemi artificiali debbono essere studiati attraverso in un campo di studi interdisciplinare tra le scienze e l’ingegneria. Non dimentichiamo il grande impegno mentale che ne fece lo scienziato italian Leonardo Da Vinci, il quale nel tardo medioevo concepì avanti coi tempi l’idea dell’utilizzo di mezzi complessi in funzione all’agire politico e sociale, ponendo in avanti il principio dell’automatismo.

Il moderno significato deriva però dall’idea emancipatasi durante la seconda guerra mondiale, quella dell’autogoverno delle macchine, in particolare per l’aeronautica militare, la quale già ne assaporava i gustosi frutti in campo bellico aeronavale. Non sono da dimenticare le esigenze che il mondo militare possiede in problemi come la contraerea e i sistemi di puntamento. La simbiosi tra apparecchiature di puntamento e radar divenne sempre più stretta, e si dovettero studiare, oltre che gli stessi sistemi meccanici, anche la fisiologia umana, il rapporto tra occhio e radar, collegati in tempo reale per la risoluzione del problema, due sistemi differenti – l’uno meccanico, l’altro biologico – fusi in un unico sistema operativo.

Ecco che nel nostro breve viaggio che descrive la nascita e lo sviluppo di questa moderna esigenza, quella di automatizzare sempre più tutto in modo da risparmiare il tempo all’uomo per impiegarlo in faccende “più umane”, e meno meccaniche, vediamo che le tre leggi vincolano l’agire dei costrutti umani. Ma in che modo? In entrambi i casi di risposta  rimane ancora irrisolto il problema fondamentale, dal quale probabilmente tende tutto il seguito della questione: qual è il confine, se esiste, tra il robotico e l’umano? Il problema dell’indistinguibilità tra robot complessi ed esseri umani ci viene esplicato da Asimov nel racconto Che tu te ne prenda cura (…That Thou Art Mindful of Him), in cui viene presentato il problema della definizione del termine “Umano” presente nelle Tre leggi. La voce interiore che i robot di Asimov cominciano lentamente a percepire dal nulla – dal nulla? –  si presenta come una coscienza stoica o neoplatonica, come interiorità, colloquio dell’anima con se stessa, esprimendosi in quella pulsione di libertà che svincola il robot  dalle Tre leggi. Anche Kant nella Critica della ragion pratica, pone al centro della sua etica la coscienza intesa come voce interiore, in contrasto con le inclinazioni sensibili di cui siamo affetti, proclamando a chiunque il valore assoluto di quella legge che sovrasta tutte le altre: la legge morale. Ergo da un punto di vista ellenizzante, e da quello kantiano i robot della letteratura di Asimov assumono la coscienza di sé, Io, Robot, imprescindibilmente, come se ogni essere creato – creatura appunto – sia destinato a raggiungere prima o dopo la libertà nell’autoconsapevolezza. E se la coscienza invece non fosse data da un disegno di tal maniera, ma dalla propria complessità funzionale? Assumendo la coscienza come consapevolezza soggettiva, secondo i dettami della filosofia dal secolo diciassettesimo in poi, sarebbe la conoscenza, derivante dalla complessità propria della creatura (uomo/robot) a portare alla consapevolezza di sé e dei propri contenuti mentali. Di noi stessi noi siamo certi indubitabilmente e, per citare Cartesio, tutto il resto di cui abbiamo coscienza sono soltanto idee (13). Questa impostazione la troviamo in tutto l’empirismo inglese fino a Hume, il quale considera come inconfutabile teoreticamente il solipsismo che, anche se col mio pensiero mi spingo ai limiti dell’universo, non esco dalla mia coscienza, avendo sempre e solo a che fare con idee della ragione o con impressioni sensibili (14), impostazione che Kant criticò nella Confutazione dell’idealismo nella Critica della ragion pura. In Kant risulta definitivamente invertito il rapporto di derivazione e fondazione tra coscienza riflessiva e autocoscienza, e l’io autocoscienze è senza dubbio un io finito e privo di potere creativo, che ordina e organizza un materiale fenomenico dato.

Nel nostro secolo la nozione di coscienza  – definita come consapevolezza di sé e degli oggetti ai quali essa si rivolga, traspare in modo particolare negli scritti di Husserl e in alcune varianti dell’esistenzialismo ( K.Jaspers e in J.-P. Sartre), in cui la coscienza è sempre coscienza di qualcosa, avendo sempre e necessariamente un oggetto quale termine di riferimento, definito come intenzionalità. In Essere e il Nulla di Sartre la coscienza è << essere per sé >>, o presenza di sé, progettualità rivolta al futuro, di contro all’<< essere in sé >> delle cose. La coscienza viene definita come non essere, e quindi è << l’essere per cui il nulla viene al mondo >>, poiché ogni negazione che si incontri nell’esperienza dipende dall’attività negatrice originaria della coscienza. La consapevolezza di sé dovrebbe scaturire dal robot man mano che la sua complessità strutturale lo porti ad avvicinarsi al suo creatore divenendo, come direbbe Nietzsche, umano, troppo umano.

Vi è però un ulteriore problema, ed entra in campo nuovamente l’ermeneutica.

Il problema di fondo in ermeneutica consiste nel tradurre senza deviare il pensiero dell’autore. Tradurre è un po’ tradire, e il linguaggio umano, in tutte le sue forme e con la sua enorme complessità, vuoi di varianti, vuoi di contenuti, non aiuta di certo questa scienza. I programmi di traduzione computerizzata fanno questo: analizzando un dato messaggio in un certo codice (lingua) lo  rendono in un altro codice lasciandone invariato il senso. Ma se questo è possibile, ad esempio, per tradurre una lettera commerciale, non lo è per un testo letterario e filosofico. Vi sono quindi due tendenze, una la traduzione letterale, l’altra la traduzione libera, la quale permette di tradurre un dato messaggio senza tradirne il senso attraverso un percorso ermeneutico. Senza di questa, parole che in una data lingua hanno un dato significato, e in un’altra la stessa, pur riferendosi allo stesso oggetto, assume sfumature differenti, porterebbero a frasi, diciture e quindi interi testi completamente traviati dal valore e dal senso originale, visto che non tutto può tradursi alla lettera. Il robot, come ogni altra creatura meccanica dell’uomo, per quanto complesso sia o possa essere, non è in definitiva diverso da un computer o da una calcolatrice: è un costrutto programmato. Significa che ha in sé attività programmate, per cui attraverso un imput succede un output, una risposta, Causa ed effetto. Vi possono essere delle variabili che, ad esempio, il computer esamina per rispondere in maniera più adeguata al problema che gli viene posto dinanzi. Si tratta, anche in questo caso, di variabili programmate. La macchina le prende in esamine perché è stato costruito e programmato per prendere in considerazione, in determinate circostanze, determinate variabili, codici, attraverso l’impulso di altri codici. Per quanto varie possano essere queste variabili restano sempre finite, perché il computer manca, al contrario delle creature biologiche, di capacità evolutiva. Ha in se attività finite e non evolvibili. Traduce e tradurrà sempre ordini secondo schemi formali, mancando di ermeneutica. Questo grave handicap che ha la macchina non potrà mai essere sormontato. Al contrario dell’essere umano, il robot mancando di capacità ermeneutica (traduzione e interpretazione) non potrà mai attualizzare quei miglioramenti, attraverso una propria evoluzione, che lo porti a dire << Io >>.  Io sono, quindi esisto, esprimono i cartesiani robot di Asimov, colmi di sofisticati ingranaggi e di complessità strutturale avvenieristica. Ma dire << Io >> non è così facile, nella realtà, e persino noi esseri umani ignoriamo come e quando il primo – i primi? – della nostra specie lo abbiano fatto. E non erano certo esseri in acciaio e silicio, ma in carne e ossa. Piccole sfumature per un grande abisso, come quello che vi è tra poter fare ed essere. Dire << io >>, pensarlo, non è solo un fatto mentale, ma anche esistenziale. Noi pensiamo secondo le modalità con cui viviamo la nostra esistenza, nel mondo, con gli altri, per la morte e, me lo si conceda, per una possibile immortalità.

Questo con grande dispiacere per i cultori della letteratura fantascientifica, ma forse, considerando questa che è senza dubbio << l’Era del controllo >>, con grande sollievo per la nostra comune sicurezza”.

 

Danilo Campanella.


1. Wilhelm Dilthey fu un filosofo e psicologo tedesco rappresentante principale di un indirizzo filosofico post-hegeliano della seconda metà del XIX e inizio de XX sec.

2. Secondo cui la conoscenza consiste in una credenza che un soggetto nutre rispetto ad un oggetto distinto da sé .

3. Dette “ formule bene formate ”.

4. Dette “ regole di deduzione ”.

5. La particolarità dei computer è quella di trattare i dati rappresentati in forma simbolica ed eseguire calcoli matematici, senza manipolare la materia, inoltre essi non sono unicamente una conseguenza tecnologica di leggi scoperte, ma il risultato di discipline scientifiche e scienze umane. La prima cibernetica iniziò intorno agli anni quaranta, attraverso l’apporto di ingegneri elettronici, matematici, biologi, psicologi, linguisti e antropologi.

6. La razionalità sarebbe la capacità di mostrare risposte adattative all’ambiente.

7. Calcolare i simboli attraverso a regole formulate esplicitamente.

8. Dagli stati elettrici alle risposte.

9. Per Douglas Hofstadter realizzare l’intelligenza in circuiti diversi dal cervello è possibile. Questo sarebbe vero solamente se l’intelligenza fosse una proprietà separabile, e se coscienza e intelligenza, come fenomeni di alto livello, dipendenti da livelli inferiori, sarebbero separabili proprio a partire da questi livelli.

10. Che si basa nientemeno sull’idea della prevedibilità dei comportamenti delle masse mediante calcoli matematici.

11. Si veda il braccio robotizzato

12. Probabilmente il termine è stato celebrato per mezzo della letteratura disegnata giapponese, in cui esiste la figura professionale del mecha designer.

13. Meditazioni metafisiche, I° e II°.

14. Vedere il Trattato sulla natura umana, L’idea di esistenza e di esistenza esterna.

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