Il dilemma morale: un inventario.

blindfoldedQuella del dilemma è una topica intrigante facente parte della filosofia di ogni tempo, anche se forse più di quella del XX secolo, penso sostanzialmente per via dei risultati pratici dei dilemmi morali che sorprendentemente è possibile conseguire, anche come forzatura dei limiti del pensiero e della teoria morale quale pensiero che riflette intorno ai limiti stessi della sfera pratica[1]. In questa sede, però, desidero solamente offrire un inventario di massima delle idee che è possibile estrapolare da una riflessione ponderata sull’argomento in questione. Forse non offrirò spunti originali o proposte di soluzione, ma mi prefiggo solamente di offrire una chiarificazione generale della topica presente.

I topoi presso i quali abbeverarsi per reperire esempi del dilemma morale, a partire dai quali poter condurre la ricognizione per come desiderata e prefissata all’inizio, sono certamente molti. Abbiamo Shakespeare il quale tratteggia il profilo tragico di Amleto attanagliato dal dilemma: scegliere se essere Amleto o qualcun altro. Ma prima ancora abbiamo Sofocle il quale, con estrema maestria, disegna lo scenario tragico entro il quale muove i propri passi l’eroina Antigone la quale, suo malgrado, deve scegliere se onorare il fratello Polinice, e rispettare le leggi “non scritte” di ogni tempo, o non onorarlo, e rispettare le leggi della Città, in conformità all’ordine di Creonte, suo zio, che ha dichiarato pubblicamente proditor della città di Tebe il defunto Polinice[2]. Il contrasto tra i due protagonisti sul proscenio della tragedia è insieme potente e simbolico: qualunque scelta venga alla fine compiuta, chi la compie prova comunque rimorso, per «ciò che non hanno fatto»[3]. Quel che ne emerge con chiarezza, infatti, è che il destinatario del dilemma non tentenna affatto davanti alle alternative che si pongono assieme come possibili davanti alla sua libertà. Da questo punto di vista, considero emblematico il fitto dialogo tra Antigone e la sorella Ismene. E d’altra parte non potrebbe che essere così perché l’agente è libero nel vagliare quale alternativa mandare ad effetto. É come se nel corso del dilemma il processo che conduce l’agente alla deliberazione si inceppasse. Ma, in realtà, questa è solo un’impressione dal momento che il «non avere alternative dipende dal loro essere liberi o autonomi, e dal dover disporre di questa libertà e autonomia»[4].

Tuttavia, consideriamo ancora alcuni esempi, stavolta tratti dalla Bibbia. Ora chiediamoci: Iefte deve onorare quanto promesso a Dio oppure deve onorare la figlia, l’unica figlia? Beninteso, anche per una sorta di tragica ironia, non può fare entrambe le cose, ossia onorare quanto promesso a Dio e onorare la figlia che per prima è uscita di casa per andargli incontro al suo ritorno dopo aver sconfitto gli Ammoniti. Ed ancora, Abramo deve uccidere il figlio Isacco o rispettare la legge mosaica? Anche nel caso presente, infatti, Abramo non può fare entrambe le cose, uccidere Isacco ma rispettare il decalogo che, appunto, vieta di uccidere.

Ma non solo la finzione letteraria e mitologica offre esempi al riguardo, anche la storia può mostrarne, uno su tutti la contesa della Guerra Fredda nel corso della quale le principali potenze, generalmente quelle facente parte del ristretto club del nucleare bellico, agirono lungo la falsariga del cd. dilemma del prigioniero, ossia una analisi dei costi e dei benefici derivanti da una precisa scelta operata sulla base della probabilità della scelta di un’alternativa opposta da parte di una potenza concorrente. Il dilemma del prigioniero ci dice, in soldoni, quali saranno le strategie politiche più probabili e quali convengano[5]. Non a caso, infatti, viene considerata fondamentale nel momento in cui un Governo debba decidere se cooperare o meno con altri governi, sulla base di costi probabili, benefici attesi e rischi probabili[6]. Invece, in teoria morale viene utilizzato per cercare di sondare la razionalità, e, dunque, anche i limiti, della decisione razionale[7]. Anche la realtà quotidiana, a dire il vero, può offrirci alcuni esempi, uno su tutti: il medico che deve scegliere se salvare la partoriente a rischio della propria vita, e così sacrificare il figlio che porta in grembo, o se salvare il figlio che sta per nascere, ma sacrificando così la madre, Data la delicatezza del tema, non scenderò ulteriormente nei particolari di questo dilemma morale, lasciando a ciascuno la possibilità di farsene un’idea più compiuta.

Abbiamo, insomma, tanti esempi, letterari e meno, di un medesimo argomento. Ora, isoliamo in tutti questi esempi solamente la componente normativa, l’antinomia che li sostanzia, ossia il contrasto tra due obblighi di egual valore ma nettamente contrari, e postuliamo che i destinatari degli stessi siano agenti umani razionali, ossia una rappresentazione idealistica degli agenti umani così innervati da carni, adipe, nervi, sensazioni ed emozioni. D’altra parte pur non stando parlando di quadrati rotondi, tratteggiamo delle nozioni così rarefatte, nella loro astrattezza, da rasentare l’inesistenza, il che, ovviamente, non significa che si possa non curarsene, ma, al contrario, che se ne debbano prendere in considerazione le proprietà, e questo comunque la si pensi[8].

Cosa accade in tutti questi casi? Sempre la medesima: il soggetto si trova a dover scegliere tra due azioni, l’una contraddittoria dell’altra. L’impressione generale è, per dirla altrimenti, che si tratti di una condizione a dir poco spiacevole nel senso che chi ne fa esperienza si trova impossibilitato a compiere una scelta tra le alternative che gli si presentano davanti. Vediamo di chiarire le idee al riguardo. Poniamo caso che Giorgio si trovi, suo malgrado, costretto a scegliere tra i seguenti obblighi:

 

  1. pagare le tasse;
  2. pagare i propri dipendenti.

 

Visto l’attuale periodo di crisi, i due supposti obblighi sono l’uno diverso dall’altro, ma collegati: o Giorgio paga le tasse che deve, e di conseguenza non avrà denaro sufficiente per pagare anche i dipendenti, oppure paga i dipendenti, ma in tal caso non disporrà più del denaro utile per pagare le tasse. Posta in questi termini la questione, abbiamo che l’obbligo (1) nega l’obbligo (2), e viceversa. Vale a dire che i due obblighi succitati sono reciprocamente esclusivi: il primo esclude il secondo, ma anche il secondo esclude il primo. I due obblighi, pertanto, sono tra loro contraddittori, o si dà seguito al primo, ma non anche al secondo, o si dà seguito al secondo, ma non anche al primo. Ebbene, nel caso presente, per rarefatto che sia e, giustamente, possa anche apparire, Giorgio si trova a dover scegliere tra due obblighi confliggenti pur essendo del tutto impossibilitato a scegliere davvero per uno dei due, a scapito dell’altro. Detto altrimenti, Giorgio è destinatario di un’antinomia normativa: o soddisfa l’obbligo (1) o soddisfa l’obbligo (2), tertium non datur. I due obblighi, infatti, non sono conciliabili, ma tra loro opposti. Come sostiene  Castañeda, il destinatario di un dilemma morale esperisce «a conflict of duties»[9], la presa stritolante tra due opposti doveri reciprocamente escludentisi. Il dilemma è, cioé, «una sorta di trappola deliberativa senza via d’uscita»[10].

Ma per quale motivo un conflitto tra doveri opposti, o, per dirla altrimenti, un’antinomia normativa, dovrebbe costituire un problema, per giunta pratico, per il malcapitato agente? Possiamo, al riguardo, seguire Holbo secondo il quale «Let a genuine moral dilemma be any situation answering to this description: (1) an agent, M, is categorically (absolutely, all things considered) obliged to do A, and can do A; (2) M is categorically (etc.) obliged to do B, and can do B; (3) M cannot do both A and B»[11]. Riprendendo il nostro banale esempio di poco fa, diciamo che Giorgio:

 

a) può fare (1), ma non anche (2);

b) può fare (2), ma non anche (1);

c) comunque vada, non può fare (1) e (2).

 

Dunque, ricapitoliamo:

 

  1. un dilemma morale è una situazione problematica all’interno della quale il signolo agente è incapace di optare per un corso d’azione piuttosto che l’altro (vale a dire che l’agente non può razionalmente, in assenza di altre informazioni o di altri valori morali, scegliere sensatamente l’uno piuttosto che l’altro);
  2. un dilemma morale è un conflitto tra due obblighi di eguale importanza ma del tutto eterogenei e reciprocamente esclusivi (vale a dire che solo uno dei due può concretamente essere mandato ad effetto);
  3. un dilemma morale è quella condizione per l’azione umana in forza della quale un agente è chiamato a scegliere tra due alternative pur non potendo mandare ad effetto entrambe (vale a dire che pur non potendo realizzarle entrambe è vincolato comunque a sceglierle entrambe).

 

La storia della filosofia è piuttosto copiosa di esempi. Abbiamo così Platone che compie la seguente descrizione di un dilemma: «Ti faccio un caso: se uno ha ricevuto armi da un amico sano di mente e se le sente richiedere da quell’amico impazzito, chiunque dovrebbe dire, a mio avviso, che non bisogna ridargliele e che non sarebbe giusto chi gliele ridesse»[12]. Nella trascrizione fattane da Lemmon: «A friend leaves me with a gun, saying that when he calls. He arrives in a distraught condition, demands  his gun, and announces that he is going to shoot his wife because she has been unfaithful. I ought to return the gun, since I promised to do so – a case of obligation. And yet I ought not to do, since to do so would be to be indirectly responsible for a murder, and my moral principles are such that I regard this a wrong. I am in an extremely straightforward moral dilemma, evidently resolved by not returning the gun»[13].

Oppure, abbiamo, in tempi più vicini, Sartre il quale narra la seguente situazione problematica: «citerò il caso di un mio allievo, venuto a chiedermi consiglio nelle circostanze seguenti. Nella sua famiglia i rapporti tra il padre e la madre si erano guastati e d’altra parte il padre tendeva a collaborare con i tedeschi; il figlio maggiore era caduto durante l’offensiva germanica del ’40, mentre il figlio minore, i mio allievo, giovane dotato di sentimenti un po’ primitivi ma generosi, lo voleva vendicare. La madre viveva sola con l’unico figlio rimastole, affranta per il mezzo tradimento del marito e per la fine dell’altro figlio, e vedeva in lui la sola consolazione. Quel giovane in quel momento poteva scegliere tra partire per l’Inghilterra e arruolarsi nelle Forze Francesi di Liberazione – e quindi abbandonare la madre – o restare presso la madre e consolarne l’esistenza. Si rendeva ben conto che la donna viveva solo per lui e che il suo andarsene via – e forse la sua morte – l’avrebbero gettata nella disperazione»[14].

Esaminiamo adesso la faccenda nei due casi riportarti, Platone e Sartre. Abbiamo:

 

1)    due opposte possibilità fattuali;

2)    due opposte possibilità normative;

3)    due opposti corsi d’azione;

4)    impossibilità di mandarli ad effetto entrambi;

5)    incapacità da parte del soggetto di optare per uno o per l’altro corso d’azione;

6)    inazione finale come risultato di (4) e (5);

7)    sensazione normativa comunque che spinge il decisore a compiere una scelta;

8)    rimorso che assale il decisore per il corso d’azione non concretizzatosi.

 

Preciso anche come le due possibilità fattuali siano nello stesso tempo anche possibilità normative e due possibili corsi d’azione. Siccome, però, si tratta di due alternative di pari importanza, nell’alternativa secca il decisore razionale non può scegliere. Infine, l’agente finisce con il non poter scegliere anche se continua a percepire distintamente la sensazione di dover comunque compiere una scelta, di fatto non disponibile.

Come mai l’agente non può scegliere tra le due possibilità? Penso che il problema risieda nell’elemento (2), ossia nel significato normativo che la situazione cerca di riflettere: le due possibili azioni vengono recepite come moralmente obbligatorie. Il problema, però, è che in entrambi i casi abbiamo due obblighi morali di eguale importanza, ossia equipotenti e siccome sono l’uno opposto all’altro, è impossibile che l’agente possa mandarli ad effetto entrambi.

Ma per lo stesso motivo, egli non può nemmeno preferirne uno all’altro. Come ci ricorda, ad esempio, McConnell: «The crucial features of a moral dilemma are these: the agent is required to do each of two (or more) actions; the agent can do each of the actions; but the agent cannot do both (or all) of the actions. The agent thus seems condemned to moral failure; no matter what she does, she will do something wrong (or fail to do something that she ought to do)»[15].

Si può, allora, considerare il dilemma morale in maniera del tutto analoga al dilemma normativo, almeno per come lo concepisce Kelsen il quale scrive «tra due norme esiste un conflitto quando ciò che una stabilisce come dovuto è inconciliabile con ciò che l’altra pure stabilisce come dovuto e l’osservanza o l’applicazione di una norma comporta necessariamente o possibilmente la violazione dell’altra»[16]. Dunque, ha sicuramente ragione McCord quando afferma che «we can never face conflicting obligations»[17]. Infatti, nella situazione cristallina delineata, più ideale che reale, ossia in una situazione depurata, l’agente non può compiere alcuna scelta, pur volendo: due obblighi paritetici ma contrari non possono venir soddisfatti contemporaneamente. Forse, nemmeno in un mondo deonticamente perfetto[18].

Per quale ragione accade ciò? D’altra parte, per Weber «a moral dilemma is a conflict between all-things-considered obligations»[19] mentre secondo De Haan «a moral dilemma is a situation in which the agent morally ought to do A and morally ought to do B, while he cannot do A as well as B»[20]. Possiamo poi seguire ancora De Haan quando definisce il dilemma morale «a situation in which the agent morally ought to do either A and B, while he cannot do both A and B. In other words, there is a disjunctive moral ought to do A and B»[21].

Ma è  Ohlsson a spiegarci chiaramente la natura del problema: «In a moral dilemma, the agent acts wrongly whatever she does. Either all avaible alternatives are forbidden, or two or more actions that cannot conjointly be performed are morally required in the same situation, or one and the same action is both forbidden and absolutely obligatory»[22].

Questo dice il discorso teorico, ma possiamo davvero pensare che nella pratica, quotidiana e dei casi eccezionali, l’agente finisca con l’inazione, ossia con la non scelta, perché indisponibile? Aristotele non sarebbe d’accordo: la pratica viene comunque sempre prima della teoria.

Peraltro, la non – scelta è davvero qualcosa di eterogeneo rispetto alla scelta? Francamente, ho i miei umanissimi dubbi. D’altra parte il messaggio di Sofocle potrebbe anche essere differente da quello che prima facie sembra emergere da una lettura superficiale della tragedia. Infatti, annota Rabaglietti: è «mancato […] il ponte che è la coerenza di collegare la legge divina che orienta verso la giustizia e la legge umana»[23]. Antigone e Creonte non dialogano tra loro, ognuno fermo sulle sue posizioni, rispettivamente convinto dalla bontà delle proprie ragioni. Eppure, un bilanciamento morale sarebbe stato possibile, eventualità ovviamente esclusa dalla tensione tragica, dall’intreccio fittizio della narrazione sofoclea.

D’altra parte, è proprio la natura “assoluta” scelta per la presente ricognizione a irrigidire nella tensione netta e non mediabile i due poli di un qualsiasi dilemma. La storia contemporanea, ad esempio, mostra come la contesa della cortina di ferro sia stata meno rigida ed immobile di quanto non siamo disposti a concedere. Eppure, è ancora Shakespeare, per il tramite del dilemmatico Amleto, a dirci che ci sono più cose in cielo e in terra di quante non ne sognino in ogni tempo i filosofi.

 

Bibliografia

 

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N. Falletta, Il libro dei paradossi, Longanesi, Milano, 20052.

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G. H. von Wright, Introduzione a: G. Di Bernardo (ed.), Logica deontica e semantica, Il Mulino, Bologna, 1977, pp. 33 – 37.


[1]           Cfr.  G. H. von Wright, Introduzione, a: G. Di Bernardo (ed.), Logica deontica e semantica, Il Mulino, Bologna, 1977, p. 37: «il pensiero pratico è pur sempre pensiero e, come tale, deve soddisfare i requisiti e le leggi della logica. Lo studio del pensiero pratico rappresenta, tuttavia, un notevole ampliamento della tradizionale scienza della logica. Tale studio può valere anche come fondamento di un’antropologia filosofica, che corrisponda al senso profondo della caratterizzazione aristotelica dell’uomo come animale razionale»

 

[2]           Cfr. G.Pontara, Antigone o Creonte. Etica, violenza e non violenza, Edizioni dell’asino, Roma, 2011, p. 13: «chi ha ragione? Il re Creonte o la ribelle Antigone? La domanda che si pone qui […] è se l’agire politico sia o meno sussumibile sotto le le esigenze poste da un determinato sistema etico».

 

[3]           Cfr. C. Bagnoli, Il dilemma morale e i limiti della teoria etica,LED, Milano, 2000, p. 13.

 

[4]           Ibidem.

 

[5]           Cfr. S. Khun, Prisoner’s Dilemma, “Stanford Encyclopedia of Philosophy”, contenuto on – line: http://plato.stanford.edu/entries/prisoner-dilemma/: «The “dilemma” faced by the prisoners here is that, whatever the other does, each is better off confessing than remaining silent. But the outcome obtained when both confess is worse for each than the outcome they would have obtained had both remained silent».

 

[6]           Cfr. N. Falletta, Il libro dei paradossi, Longanesi, Milano, 20052, p. 128.

 

[7]           Cfr. L. Mérő, Calcoli morali. Teoria dei giochi, logica e fragilità umana, Dedalo, Bari, 2005, p. 87.

 

[8]           Cfr. F. Orilia, Ulisse, il quadrato rotondo e l’attuale re di Francia, ETS, Pisa, 2005, p. 6 e sgg.

 

[9]              Cfr. H. N. Castañeda, Thinking and Doing, Reidel, Dordrecht, 1975, p. 27.

 

[10]          Cfr. C. Bagnoli, op. cit., p. 13.

 

[11]             Cfr. J. Holbo, Moral Dilemmas and the Logic of Obligation, “American Philosophical Quarterly”, 3, 2002, p. 259.

 

[12]             Cfr. Platone, La Repubblica, Laterza, Roma – Bari, 200610, p. 33.

 

[13]            Cfr. E. J. Lemmon, Moral Dilemmas, “The Philosophical Review”, 2, 1962,  p. 148.

 

[14]             Cfr. J. P. Sartre, L’esistenzialismo è un umanismo, Mursia, Milano, 1996, pp. 43 – 4.

 

[15]          Cfr. T. McConnell, Moral Dilemmas, in Stanford Encyclopedia of Philosophy”, contenuto on – line: http://plato.stanford.edu/entries/moral-dilemmas/.

 

[16]             Cfr. H. Kelsen, Teoria generale delle norme, Einaudi, Torino, 1985, p. 193.

 

[17]             Cfr. G. S. McCord, Deontic Logic and the Priority of Moral Theory, “Mind”, 20, 1986, p. 180.

 

[18]          Mi sono avvicinato al presente tema indagando gli aspetti problematici della logica deontica, mio argomento dottorale, in modo particolare prendendo in considerazione i paradossi deontici. In quest’ultimo caso, infatti, si nota la presenza di alcune forme paradossali che si avvicinano, e di parecchio, al ‘dilemma’, quale sto cercando di discutere in questa sede, perché mettono in questione uno degli assiomi principali di qualsiasi sistema deontico. Per dirla à la  H. N. Castañeda, op. cit., p. 26 e sgg. le obbligazioni non possono confliggere tra loro, pena la contraddizione. Purtroppo, però, per tutti noi, il dilemma morale mostra esattamente il contrario, ossia come invece gli obblighi possano contraddirsi reciprocamente. Per i paradossi in logica deontica e i loro riflessi sulla teoria etica, cfr. A. Pizzo, Pensiero pratico e logica deontica: presenza o assenza di razionalità?, “www.filosofia.it”, issn: 1722 – 9782, contenuto on – line: http://www.filosofia.it/images/download/essais/07_PensieroPratico_e_logica0deontica.pdf. Oppure, anche A. Pizzo, Deontic Paradoxes and Moral Theory, “IlMioLibro – LaFeltrinelli, Roma, 2012, isbn: 9788891014184 . D’altra parte, con riferimento alla logica deontica e al dilemma di Sartre, scrive P. McNamarra, Deontic Logic, “Stanford Encyclopedia of Philosophy”, contenuto on – line http://plato.stanford.edu/entries/logic-deontic/: «A conflict of obligations  is a situation where there are two obligations and it is not possible for both to be fulfilled».

 

[19]             Cfr. T. B. Weber, The Moral Dilemmas Debate, Deontic Logic, and the Impotence of Argument, “Argumentation”, 16, 2002, p. 461.

 

[20]             Cfr. J. De Haan, The Definition of Moral Dilemmas: a Logical Problem, “Ethical Theory and Moral Practice”, 4, 2001, p. 269.

 

[21]             Ibidem.

 

[22]             Cfr. R. Ohlsson, Who Can Accept Moral Dilemmas?, “The Journal of Philosophy”, 8, 1993, p. 405.

 

[23]          Cfr. M. F. Rabaglietti, Diritto e legge nell’intramontabile mito di Antigone e Creonte, Giappichelli, Torino, 2000, p. 133.

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pizzoAlessandro Pizzo è Dottore di Ricerca in Filosofia presso l’Università degli Studi di Palermo. Attualmente, è professionalmente occupato nel mondo della scuola secondaria di secondo grado. Si occupa di razionalità pratica, logica e filosofia del diritto. Ha pubblicato Viaggio nella logica (2009), Argomento ontologico. Una storia convergente per una lettura divergente (2009) e Logica del linguaggio normativo. Saggi di logica deontica ed informatica giuridica (2010) con Aracne. Recentemente ha anche pubblicato i volumi Deontic Paradoxes and Moral Theory (2011) e Vie della storia, vie degli uomini. Profili per la Secondaria di Secondo Grado (2012) con il servizio di self – publishing della Feltrinelli.

http://alessandropizzo.blogspot.com.

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