Dal papa teologo al papa pastore

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RUBRICA OLTRE-TEVERE

di Riccardo Narducci

L’atto rivoluzionario di papa Benedetto XVI, i suoi discorsi da pontefice, le sue intenzioni piene di amore per Dio, hanno dato un forte contributo per realizzare il futuro cammino della Chiesa. In merito a questo l’elezione di papa Francesco I, non è altro che un “nuovo passaggio”, testimoniato dal modo in cui simbolicamente e nella realtà si  sono stretti le mani i “due Papi”, uno emerito e l ‘altro regnante. Le attese e le sfide che si pongono davanti papa Francesco, sono le medesime che  si posero dinanzi a papa Benedetto, in un epoca cosi complicata e che pone interrogativi alcune volte di difficile comprensione. L’Anno della Fede durante il quale papa Francesco è stato “chiamato” a guidare la Chiesa, rappresenta il tempo giusto per meditare, per comprendere la società e gli anni che stiamo vivendo e vivremo. La Chiesa deve avere le porte aperte, ed un immagine di una porta spalancata è sempre stata il simbolo di amicizia, luce forte, gioia, libertà e grandissima fiducia. Papa Francesco ha fatto notare in modo simpatico che i cardinali, per dare un vescovo a Roma sono andati a pescarlo “alla fine del mondo”. Rispetto a noi l’Argentina è dall’altra parte del mondo, molto lontana, per quanto il mondo globalizzato, con le sue comunicazioni in rete, ce lo faccia sentire, tutto sommato, “piccolo”. “Da lontano” era venuto anche papa Wojtyla, poi papa Ratzinger. Ma un Papa che viene dalla fine del mondo, sviluppando ulteriormente la traiettoria di papi non italiani, ci fa sentire ancor più l’ampiezza della Chiesa. Ci spinge ad avere un cuore ancor più “universale”: come vuole, del resto, fin dall’etimologia della parola, il fatto stesso che diciamo “cattolici”. In Assisi, proprio grazie al carisma universale di Francesco, questa dimensione si sente forte. Spinta oltre i confini ecclesiali. Armato solo di fede e mitezza evangelica, in un ‘epoca di tumulti tra mondo cristiano e musulmano, volle incontrare il Sultano, facendosi così primo paladino di una civiltà di pace che fosse capace di costruire ponti tra religioni e culture. Ma le parole del Papa sulla lontana provenienza non hanno colpito solo per questa caratterizzazioni universale. Il Santo padre ha sottolineato che era “dovere del conclave eleggere un vescovo per Roma”. Invocato com’era da tutta la Chiesa sparsa nel mondo, con i media di tutte le nazioni puntati su di lui, questo suo limitarsi alla Chiesa diocesana ha potuto persino  creare del disagio oltre ad una grande sorpresa. In pratica anche in questo papa Francesco ci ha fornito una lezione. Uno dei grandi nodi del percorso ecumenico è quello che riguarda l’equilibrato e fruttuoso  esercizio del “primato petrino”. Molti secoli di insistenza sul primato, sullo sfondo delle tantissime divisioni tra cristiani, hanno consolidato in Occidente la tendenza a un notevole accentramento del governo della Chiesa, e questo ha creato una diminuzione di ciò che per la teologia è chiaro: il Pontefice è fondamentalmente il vescovo di Roma, successore di Pietro, e proprio a questo titolo, essendo la Chiesa di Roma quella che “presiede”, è anche il “vescovo della Chiesa universale”.

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