Antropologia della mente – La prostituzione è umana

femminismoChe il femminismo abbia fallito è sotto gli occhi di tutti. Che continui a fallire miseramente anche ogni espressione di maschilismo aggressivo, con il quale si manifesta tutta la debolezza genito-mentale del suddetto genere, è altrettanto palese. In queste condizioni socio-culturali, almeno italiane, come possiamo parlare di prostituzione da legalizzare, da regolarizzare e da rispettareEsistono forse forme condivise di rispetto in questa nostra nazione, tanto da farci sperare in un aumento progressivo di partecipazione attiva a valori condivisi? Mi sembra purtroppo di no, e se qualcosa di veramente importante e meteoritico non accade nella penisola, continueremo a credere che le cose vadano avanti da sole, come accade per l’evoluzione.

Nulla va avanti da solo, specialmente nelle terre abitate dall’Uomo, e le azioni umane devono essere costanti e continue affinché possano modificare le idee dei loro portatori, le speranze di cambiamento che ogni usura richiede alla nostra mente.

Non posso soffermarmi sulla spiegazione antropologica della prostituzione umana, anche se possiamo affermare che le sue origini sono legate alla necessità di alimentare la prole, garantendo la sua stessa sopravvivenza.

Possiamo però dire che la prostituzione non è affatto e solo appannaggio della femmina umana, perché il maschio la pratica, anche se con modalità meno appariscenti, a volte, della femmina.

Il maschio, per esempio, non solo vende il proprio corpo con una predisposizione quasi naturale ed ovvia al rapporto sessuale di veloce consumazione, ma organizza la vendita dei propri pensieri, della propria professione secondo l’ottica del migliore offerente, aderendo, in Italia, alla convinzione che “pecunia non olet“. Il maschio è disposto a fare qualsiasi cosa se desidera possedere una donna, arrivando persino a fingere di esserne lo zerbino per poterla, all’occasione, mortificare dicendole di essere lei stessa una “prostituta”.

E la femmina scopre molto presto che per tenere legato a sé un maschio per tutta la vita deve donarsi sessualmente al di fuori dell’estro, ossia indipendentemente dalla procreazione, procurando quel piacere che rende il maschio convinto delle proprie prestazioni sessuali. La femmina umana sa che per tenere il maschio vicino deve sfinirlo sessualmente, e quando questo non avviene la prostituzione extra moenia (quella al di fuori delle mura casalinghe, per intenderci…) è la più funzionale.

La prostituzione è dunque espressione umana in quanto tale, e non eliminabile, ma solo contenibileregolarizzabilesecondo principi di salvaguardia della salute pubblica. E quando parlo di salute pubblica non mi riferisco a quella socio-sanitaria soltanto, ma a quella culturale, secondo cui i giudizi etici e morali si dovrebbero basare sulla libertà di scelta individuale, sul libero arbitrio, e non suatteggiamenti sessuali di finta libertà secondo cui si può fare quello che si vuole, sempre ed ovunque, in questo mondo.

Nelle società umane, in tutte, le diverse forme contrattuali di vita eterosessuale (ma dovrebbe valere anche per quelle omosessuali…) sono regolarizzate giuridicamente, quindi non solo si riconosce la tutela della prole, ma anche l’esercizio di una sessualità consapevole all’interno della coppia. Si tratta di un riconoscimento culturale molto importante e davvero utile per la sopravvivenza di qualsiasi società umana.

La sanità di un popolo si misura anche in questo settore, quello della sessualità, che non deve essere soggetta ad imperi finanziari organizzati e malavitosi, ai maltrattamenti più o meno legittimati da culture compiacenti che preferiscono un genere all’altro, alle malattie frutto di incontri anche interetnici, all’abuso e riduzione in schiavitù delle persone.

Una sorta di legalizzazione della prostituzione appare necessaria, secondo formule mature e che si dovranno pure trovare, senza dimenticare che quella domestica, maschile e femminile, non sarà mai espulsa dalla società, perché la nostra mente, ancora poco evoluta, è strettamente legata ai piaceri momentanei e di veloce consumazione.

È necessario superare gli atteggiamenti di pancia, tanto osannati in questo periodo, e trovare senso in quelli della corteccia cerebrale, per unire il piacere al dovere… e, almeno in Italia, siamo ancora lontani dall’averlo compreso bene.

Alessandro Bertirotti

da: http://www.affaritaliani.it/

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