Vivere la cittadinanza distinguendo i nostri diritti

imagesOggi in piazza, al mercato, al bar, sul tram cittadino si parla spesso di politica, cittadinanza, democrazia attiva, senza pensare che per vivere questi tre stati del cittadino bisogna capire “come” e “perché” viverli. In una parola, dobbiamo parlare di etica, che è una branca della filosofia. L’etica riguarda il nostro vivere da cittadini, da cittadini impegnati. Nei programmi televisivi e sui giornali i dotti opinionisti parlano spesso di etica sociale, ambientale, politica.. senza ricordare che l’etica è un’insieme di comportamenti ispirati da “comandamenti” morali. L’etica non è una morale privata. L’etica ha a che fare con la relazionalità della persona, ( che non è l’individuo). L’etica è quell’insieme di comportamenti ispirati da ingiunzioni morali che ha a che fare con la relazionalità sociale, con quello che potremmo chiamare (Giussani) “il Tu dell’amicizia”. Alla base dell’etica c’è l’amicizia. Io posso compiere un’azione moralmente giusta ed eticamente indegna, obbedire a un ordine ingiusto, un’azione che, da parte della mia morale, del mio costume, mi mette apposto con mia la coscienza, ma che può essere un’azione eticamente indecente. L’etica ha a che fare quindi non soltanto col perfezionamento dei singoli, su cui ha a che fare la morale, ma con la relazionalità. Il grande problema è trasformare le regole in comportamenti. Ecco perché la principale forma del’etica è l’etica sociale o etica politica, che non è un’etica applicata o derivata, ma è un’etica detta originaria. L’etica scopre nella politica gli spazi per difendere la democrazia attraverso due elementi: la lotta all’inganno e la lotta a quella che i latini chiamavano locutio contra mentem, ovvero la bugia. L’etica quindi deve sempre far trasparire la verità. Vi sono due tipi di etiche nell’ambito dottrinale che ci richiamano al nostro impegno di cittadini, l’etica dei principi e l’etica derivata (sociale). La prima è quella che si chiama pura, che non ha a che fare con altri elementi (morale, sentimenti religiosi, giustizia) la seconda, invece, indica la convergenza di altri elementi. In questi due elementi si staglia il percorso compiuto dalla politica tra l’alto medioevo e l’epoca contemporanea, che è debitore in parte del mondo greco-romano. Tommaso d’Aquino, assieme ad Aristotele, è il grande filosofo che ha anticipato di secoli gli elementi dell’etica e li ha “trasferiti” nella sua epoca. D’Aquino indica il cammino del cittadino nella società e quindi nella politica. Egli scrisse che l’uomo è formato da due elementi, natura e grazia, il primo consiste nel soddisfare i nostri bisogni naturali, come specie animale, e la Grazia (che non ha qui un significato religioso) ha a che fare con lo spazio della nostra libertà. “Io non metto al mondo i miei figli perché vadano a morie in guerra o che partecipino allo Stato con il mito del lavoro, ma che si realizzino nello spazio della loro libertà individuale”. L’Aquinate parla anche del dovere di indignarsi, ma mai parla di disobbedienza. Il dovere dell’indignazione vige quando si viene spogliati della nostra dignità civile. Allora noi abbiamo il dovere di indignarci e di ribellarci. Ma senza l’obbedienza e le altre virtù non si vivono la libertà e nemmeno l’amore. Persino la Resistenza della Seconda Guerra Mondiale, in Italia, venne chiamata tale in un secondo momento, perché in origine veniva sostenuta dai cosiddetti “Ribelli per amore”. In quella accezzione era legittima perché aveva a che fare con lo statuto ontologico della persona anzi, delle persone, che vedendosi spogliate della loro dignità resistevano al tiranno. Il tiranno non è il moderno dittatore, ma è un modus vivendi, un modus agendi. Ma se è vera, com’è vera la distinzione tra ragione e intelligenza, laddove con l’intelligenza capiamo, mentre con la ragione riflettiamo, il dato primordiale è l’intelligenza che accomuna gli uomini, non la ragione. L’inganno peggiore è che con le verità di ragione e con l’apparire del razionalismo e del liberalismo si è creata un’alterazione del concetto di libertà, legata solo (1600-1700) al fare quello che si vuole. Da qui anche la mancata distinzione tra individuo, l’uomo in sé, (privato, distaccato dalla società) e la persona, l’uomo per sé (l’uomo relazionale) il luogo dove “l’Essere si fa parola”. E la parola viva rimane evidente in chi la pronuncia e in chi la ascolta, la capacità di svelarsi dell’io che è segnato dalla continua potenzialità perché alla base c’è quel pezzettino d infinito che essite per molti filosofi, e che si chiama anima. La libertà non è fare quello che uno vuole, ma quello che uno deve, perché alla base della libertà c’è il diritto naturale, da non confondersi col diritto civile, tanto caro alla Rivoluzione Francese. Il diritto civile riguarda la giurisprudenza, non la politica. Tutti i diritti sono derivati, solo il diritto naturale (non è il diritto per cui faccio ciò che mi sento) è il diritto che mi obbliga a fare ciò che la mia natura mi ha predisposto ad essere. I diritti civili sono diritti privati, che nulla hanno a  che fare con la politica, ma vengono comunque smentiti dal diritto naturale. Quando io vivo con gli altri al mia libertà assume un ruolo di creatività partecipata, ovvero contribuire a qualcosa, non solo partecipare, ma partecipare a un progetto che realizzi la mia libertà umana. Da questo si evince che  il cittadino non può certo vivere isolato. E’ da qui che può ripartire la grande stagione dei cittadini impegnati in politica.

 

Danilo Campanella

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