Il lavoro, fu vera gloria?

totoParlando con un anziano signore originario di Napoli, si finì a parlare inesorabilmente dei giovani e della crisi, un po’ come quando, in tempi di mondiale di calcio, si finisce a parlare in qualsiasi discorso di Maradona o del gol di Turone (che era in fuorigioco). Il signore mi raccontava di quanto la percezione della povertà e del lavoro sia completamente diversa, oggi, rispetto ai tempi della sua fanciullezza … ” se oggi si contano i disoccupati” mi diceva “ai miei tempi si contavano gli occupati, e ai tempi di mio padre lo stesso. C’erano tanti giovani senza un posto di lavoro fisso, e quelli che ce l’avevano erano considerati, al sud, vincitori di una fortuna. Ma non tutti possiamo vincere alla schedina!” Secondo l’anziano la crisi oggi esiste, come anche in altre epoche, ma non sappiamo più “cavalcare l’onda” e ci releghiamo nella necessità di vincere, anche noi, al totocalcio. In effetti, molti ragazzi e ragazze si rifiutano, dopo anni di studi, di fare un lavoro che non compete alla loro formazione scolastica, e preferiscono essere sottopagati in stage e collaborazioni anziché imparare un mestiere e “mettere da parte l’arte per tempi migliori”. Anche una classe genitoriale disposta a sorbirsi i figli in eterno svolge un ruolo considerevole nella questione. Il discorso è complesso, dissi io, ma lui “no, il discorso è molto semplice! Ai miei tempi i ragazzi che non lavoravano andavano in piazza, o alle porte dei cantieri, o fuori dai mercati la mattina presto, e aspettavano che il capo uscisse e dicesse che gli servivano 2 manovali, 5 muratori, due per caricare le casse, uno per spalare le bucce di frutta, 10 per vendemmiare… le ragazze aiutavano le mamme nei lavori di casa, e col loro lavoro mandavano avanti la famiglia in cui la madre forse lavorava fuori casa. Quando i genitori uscivano di casa per andare a lavorare, ti facevano uscire con loro, e via a cercar lavoro!”. Il signore concluse il suo discorso con un’analisi puntuta ” noi non avevamo lavoro, ma ci sapevamo adattare, mettere a disposizione. Io stesso ogni settimana, ogni mese, ogni anno per 10 anni ho cambiato lavoro, finché sono entrato alle ferrovie, ma già in età matura e dopo diversi anni di matrimonio. Ho lavorato come ciabattino, come guardiano, come muratore, come cameriere… e non mandavo i curriculum su internet. Il lavoro indeterminato è un’eccezione. Tanto se lavori bene, tutti ti assumono, tutti ti tengono. Esistono tanti datori di lavoro cattivi, ma ben pochi sono fessi”.

L’analisi del vecchio napoletano mi ha fatto sorridere e riflettere sull’esistenza nel suo complesso. La nostra vita è un contratto a tempo determinato ma noi, con l’illusione di un’eternità terrena, cerchiamo un’impossibile, indeterminata pace.

Danilo Campanella.

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