I non-limiti del teatro: intervista a Fabio Gravina

fabiogravinaIncontriamo oggi Fabio Gravina, attore, autore e regista teatrale.  Maestro, lei si occupa di teatro da molto tempo. Ha iniziato a calcare il palcoscenico molto giovane, sia a scuola che in ambito militare. Come è noto dalla sua biografia, durante il servizio militare lei amava esibirsi in piccoli spettacoli teatrali per i suoi commilitoni. Da allora ha fatto molta strada specializzandosi in quello che potremmo definire come teatro partenopeo. C’è soltanto un amore per Eduardo De Filippo o qualcosa di più?

F.G. “ Ho iniziato la mia carriera teatrale con il teatro napoletano. Sono nato a Roma, ma le mie origini familiari sono campane. Sono vent’anni che interpreto tutto il repertorio del teatro napoletano. Io incarno quello che viene definito il capo comico di tradizione napoletana, e interpreto tutto quel mondo che ripercorre questa tradizione. Lei prima parlava di Eduardo, ma ricordo anche Peppino De Filippo ed Eduardo Scarpetta … mi sono rifatto quindi non soltanto ad un certo tipo di repertorio, ma anche a una certa idea di teatro. Da quest’anno ho intenzione di andare oltre il teatro napoletano, non perché questo sia un limite  regionale, datosi che Eduardo, insieme a Pirandello, è uno dei più grandi interpreti del ‘900 italiano, ma per una mia esigenza personale. L’esigenza è, a Roma, far conoscere altro, anche perché in vent’anni di teatro, facendo quattro o sette commedie l’anno, ho fatto quasi tutto quello che era fattibile. Voglio ora varcare questi confini. Quest’anno ho rappresentato due sole commedie di genere napoletano e due mie commedie che, invece, sono ambientate a Roma. 229benemioL’anno prossimo non farò nessuna commedia napoletana. Ci saranno una mia commedia, una commedia francese che io ho tradotto e riadattato, parlo de “Le pillole d’Ercole”, nonché “Non ti conosco più” di Aldo De Benedetti. E’ chiaro che in questo cambiamento di paradigma non ci sono sorprese. Il modo di porsi col pubblico e di vedere l’arte è sempre il mio. Il teatro non si può limitare a una lingua o a un dialetto”.

Cosa risponde a chi sostiene che il teatro è morto?

Intanto c ‘è da dire una cosa: il pubblico che va a teatro è sempre lo stesso, e ne consegue che per una questione naturale ” Gravina sorride ” il pubblico diminuisce, muoiono… le persone che si avvicinano al teatro sono meno di una volta. Bisogna essere degli appassionati! Sia per motivi organizzativi, sia per gli orari. Per noi moderni andare a teatro non è semplice. Corriamo troppo, corriamo sempre. Diciamo che c’è una parte di pubblico a cui piace vedere, dietro il tendone che si apre, una storia che, svelandosi, entra in simbiosi con lo spettatore. Per questo il teatro, come arte, è impareggiabile. E’ la prima arte dai greci. La fortuna di avere dinanzi degli attori che recitano per te spettatore, in quel momento, è stupendo. Per questo io penso che il teatro non abbia ancora oggi concorrenti. Queste emozioni sono differenti da quelle del cinema e della televisione”.

Il cinema è in conflitto con il teatro, o viceversa?

Il cinema è un’altra arte che appartiene al nostro ‘900 ed ha la sua importanza,  però parliamo sempre di un prodotto preconfezionato. Il cinema è già un prodotto industriale, e così anche la televisione”.

Lei prima ha citato gli antichi greci, secondo i quali il teatro è menzogna e rappresentazione. Per alcuni moderni, invece, il teatro non deve rappresentare o comunicare nulla. Penso alla scuola di Carmelo Bene, secondo il quale l’arte non deve comunicare nulla perché essa è di per sé incomunicabile. Qual’è la definizione di Fabio Gravina?

“Per me il teatro è vivo. E’ comunicazione, e anche denuncia. Io come autore osservo la realtà che mi circonda e, da certe osservazioni, nascono le mie commedie. Io metto in scena quelli che sono i difetti della nostra società, portando al pubblico sotto una lente di ingrandimento un fatto. Il teatro in tal modo assume una funzione sociale importantissima. fab gravQuello che purtroppo non si fa più è dare spazio agli autori teatrali. Vengono ripercorsi gli autori classici, che sono intramontabili, ma dobbiamo anche interpretare qualcosa che ci riguarda da vicino! Chi crea opere ex novo dovrebbe essere incentivato dai media e dalle istituzioni. Abbiamo tanti giovani che non conoscono il teatro perché gli vengono proposti sempre i classici. Dobbiamo cercare di andare incontro all’esigenza di novità del pubblico del domani”.

Cosa significa per un giovane entrare nel mondo del teatro oggi? Come si sente di incoraggiare i giovani a percorrere questa strada?

Guardi, consideri che questa è una strada in salita. Gli italiani oggi, abituati alla TV commerciale, pensano che lo spettacolo sia l’esibizione di un paio di cosce. Non è così, e non è tutto facile. Le nuove generazioni si sono troppo abituate al cinema e, in special modo alla televisione. Fare teatro non è fare televisione o cinema. Si lavora molto, e si guadagna poco. E’ una strada che non ti da, oggi, successo o notorietà. C’è tanto studio e preparazione, perché sul palcoscenico non possiamo indugiare davanti alla platea! Stando noi tutte le sere di fronte a un pubblico siamo immersi in un esame continuo. Prima che un attore riesce ad avere le prime soddisfazioni passano tanti anni. Le strade che i giovani compiono oggi, a livello artistico, sono altre. Però ” continua deciso Gravina ” qual’ora ci sia in un giovane la passione, e la vocazione, secondo me non può negarsi il teatro, perché il teatro è l’ Arte”.

A parte gli impegni teatrali, ha qualche altro progetto in cantiere?

“Io ho sempre avuto una grande passione per il cinema, e con un collega ci prepariamo a scrivere una sceneggiatura che speriamo sia pronta entro maggio. Contemporaneamente cerchiamo altri partners per il progetto, anche se il primo a produrlo sarò io, che credo sempre nei progetti artistici che mi vedono impegnato. Il film sarà una commedia italiana contemporanea. Inizieremo le riprese i primi di agosto”.

 

intervista di Danilo Campanella.

 

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