Un progetto di Big Science in Neuroscienze?

CollinsObama300Come funziona il cervello? Secondo molti scienziati, rispondere a questa domanda sarà la grande sfida del secolo da poco iniziato. Una sfida non da poco: le grandi domande inerenti il nostro “organo più complesso” richiedono approcci multidisciplinari, ragionamenti su diversi livelli di astrazione, e impongono frequenti shift di paradigma. Se è vero che gli ultimi cento anni hanno assistito ad una crescita esponenziale delle nostre conoscenze in merito, il sistema nervoso centrale rimane decisamente sfuggente, e le neuroscienze sono lungi dall’avere un approccio unico e perfettamente integrato. E’ quindi con un misto di eccitazione e ragionevole dubbio che la comunità scientifica sta accogliendo BRAIN, l’iniziativa di “big science” (con un investimento proiettato di circa 300 milioni di dollari annui per quindici anni) annunciata da Obama il 2 Aprile di quest’anno, dedicata a “mappare il cervello umano”. A differenza dello Human Genome Project, cui viene di frequenta paragonato, questa iniziativa non ha però scopi chiari né è perfettamente definita; mettere a punto un progetto a partire dall’iniziativa è lasciato agli scienziati coinvolti, guidati da Cori Bargmann, professoressa della prestigiosa Rockefeller University. Ma la situazione non è affatto rosea.

La tecnologia per un “mapping completo” del cervello comprensivo dei suoi diversi livelli di trattazione non è ancora presente, nonostante secondo Michael Roukes, del California Institute of Technology, una piccola spinta in avanti nel campo delle nanotecnologie potrebbe essere sufficienti a fornire gli strumenti necessari per tale ambizioso obiettivo. Tra le critiche più ragionate e costruttive, quella di Donald Stein, della Emory University, secondo il quale non solo ha poco senso investire miliardi di dollari in un’iniziativa così vaga (non nega che possa portare frutti, ma, si chiede, davvero ha priorità su altre ricerche neuroscientifiche, cliniche e non, che potrebbero beneficiare di una frazione di quel danaro?), ma è necessario anche riflettere sulla validità del concetto stesso di una “mappa completa” di un organo in costante cambiamento a tutti i livelli e composto da un caleidoscopio di differenti e importantissime cellule e molecole (ad esempio, da poco tempo è noto all’intera comunità neuroscientifica che le cellule gliali, lungi dall’essere un mero supporto, possono avere un ruolo attivo, date certe condizioni, nella trasmissione sinaptica, quasi alla pari dei neuroni; eppure il paradigma del brain mapping si concentra unicamente su queste ultime cellule). Analogamente, chi sposa paradigmi di frontiera come la embodied cognition (che stanno portando non pochi progressi in robotica) potrebbe ritenere limitante e perfino fuorviante un mapping rivolto al cervello come se questo possa essere “separato” dal corpo. Passando a critiche decisamente meno costruttive e piuttosto vaghe, ma che sarebbe inappopriato ignorare del tutto davanti ad un tale massiccio dispiegamento di fondi, la PETA (People for the Ethical Treatment of Animals), oltre alle solite trascurabili lamentele sulla sperimentazione animale necessaria per la raccolta dati, sostiene che il comitato di ricerca sia composto da sperimentatori sugli animali che potrebbero aver difficoltà a dirigere un progetto incentrato sul cervello umano.

Nonostante i molti dubbi, il 5 Aprile Swanson, parlando a nome del comitato esecutivo della Society For Neuroscience, si è espresso positivamente in merito al progetto. In effetti, è ragionevole aspettarsi quantomeno una messe di dati nuovi e accuratamente raccolti, lo sviluppo di nuove tecnologie, e, cosa forse ancora più importante, la nascita di nuovi paradigmi e la messa in discussione di vecchi (se il brain mapping dovesse perire in questo tentativo, ne sarebbe comunque valsa la pena). Se è infatti giusto sollevare critiche ragionate e dubbi di fronte a qualunque iniziativa scientifica, perché proprio critica e dubbio sono i motori della ricerca, è vero che mai il denaro speso per la ricerca è denaro perduto.

Mauro Bruno

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