La Sardegna vuole affrancarsi

zonaSardegna – Sardegna indipendente? No, ma almeno affrancata.  I movimenti civici che spingono, protestano, occupano e diffidano i politici, perché per loro potrà essere solo integrale, cioè aperta e non solo alla produzione.Il fronte poteva e doveva essere compatto, invece si è spaccato da tempo, con anche i sindacati che non sono proprio uniti sul modello, mentre le associazioni degli imprenditori hanno già scelto: loro vogliono i punti franchi. Ma che differenza c’è fra la zona e i punti (o porti) franchi, fra doganale e fiscale, parziale o regionale? Prima di tutto, a far la differenza ci sono le leggi. I punti sono previsti sin dal lontano 1948 dall’articolo 12 dello Statuto speciale della Regione e poi ribaditi ben 50 anni dopo da un decreto legislativo che li ha individuati nei porti di Porto Torres, Olbia, Oristano, Arbatax, Portovesme e Cagliari, che tra l’altro è l’unico in «stato avanzato» fra società di gestione e confini abbozzati. Ben diverso è il discorso della zona franca integrale: la Sardegna non è presente nell’elenco dell’Unione Europea delle aeree extraterritoriali, come lo sono le Canarie o l’Isola di Madeira, e dunque proprio a Bruxelles andrà chiesto un indispensabile lasciapassare, come prova a fare il governatore Cappellacci da quando (prima delle elezioni politiche fra le proteste dell’opposizione) ha rilanciato la partita Ma se le leggi sono una prima differenza, è ancora più evidente quanto siano lontani fra loro i vari modelli a seconda dei vantaggi doganali e fiscali ammessi, o anche dello status del beneficiario: imprese o consumatori. Dunque, per semplificare il conflitto va detto che «i punti (o porti) franchi favoriscono sono le merci importate da paesi extracomunitari e poi destinate a essere riesportate sempre oltre i confini dell’Unione Europea». In altre parole, a quei beni privilegiati è vietato l’ingresso in Italia piuttosto che in Francia, mentre possono arrivare ad esempio da Pechino e poi commercializzati a Dubai, negli Emirati Arabi, ma mai a Roma piuttosto che a Parigi. Ma c’è dell’altro: il codice doganale europeo prevede che le merci straniere nelle aree industriali intorno ai porti franchi (per un’estensione massima di 100 chilometri dalle banchine) possano non solo transitare, ma anche essere trasformate, assemblate, in una parola sola: lavorate. Ebbene, secondo gli esperti e questo lo sostengono anche le associazioni degli industriali, a ridosso dell’approdo franco è indispensabile sia presente un reticolo di imprese, soprattutto locali, impegnato nelle operazioni che Bruxelles definisce di «completamento». E sarebbe proprio questa possibilità (o meglio necessità) a provocare l’atteso sviluppo economico del territorio visto che il porto franco diventerebbe un polo di attrazione per le multinazionali interessate ad avvantaggiarsi dal mancato pagamento di qualunque dazio doganale, con un risparmio notevole sui costi di produzione grazie a questa riconosciuta immunità extracomunitaria, spesso resa ancora più appetibile dall’azzeramento della burocrazia e da altre agevolazioni finanziarie a favore delle industrie di trasformazione. Su questo punto la Sardegna ha un’alleata forse inaspettata: la cancelliera tedesca Angela Merkel, che in una recente intervista ha indicato l’isola come «la regione ideale per le esenzioni doganali vista la sua centralità nelle rotte dal Nord Europa verso l’altra sponda del Mediterraneo». Certo, quello della cancelliera è stato un bel sostegno, anche se non ha prodotto quell’accelerazione nelle procedure per avviare almeno uno dei porti franchi, viste le polemiche che ci sono ancora sui confini di quello cagliaritano o anche sulla spartizione delle quote fra i vari enti pubblici che fanno parte della futura società di gestione, la «Free zone». Sono le solite beghe politiche che hanno rallentato – dal 1948 a oggi – l’applicazione del regime speciale doganale, ma la verità è che quel modello non porterebbe alcun vantaggio per i consumatori locali e forestieri. Ebbene sì, quei prodotti franchi li vedrebbero solo transitare dalle loro parti senza poterli acquistare perché sono per l’appunto extracomunitari. Ben altri invece sarebbero i vantaggi se la Sardegna diventasse una sola zona franca, senza essere confinata nel porto industriale di Cagliari, piuttosto che in quello di Oristano o Porto Torres. Il perché è presto detto: a essere esentati da accise, Iva e in alcuni casi anche le imposte dirette (Irpef) sarebbero la benzina, i profumi, o le macchine fotografiche o l’hi-tech, così come accade a Livigno o a Campione d’Italia, le uniche aree franche complete in Italia. E non solo: costerebbero molto meno i pacchetti vacanze, con gli albergatori che senza doverli caricare dell’Iva, potrebbero offrirli a prezzi eccezionali. Insomma, a essere esentati sarebbero diversi beni, prodotti o servizi che ogni anno sono indicati in speciali tabelle merceologiche.

Ma è possibile che l’Europa conceda questo privilegio alla Sardegna? Secondo gli economisti è difficile, perché l’Unione Europea è restia a riconoscere altre «aree libere», mentre i comitati civici, che hanno diffidato la Regione e ricorso al Tar, sono convinti sia possibile ottenerla con una trattativa serrata.

da: http://lanuovasardegna.gelocal.it

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...