Cosa significa conoscere?

la conoscenzaRiportiamo per voi, qui di seguito, l’intervista al filosofo Emanuele Severino, apparsa su Rai Filosofia, perché la riteniamo una magistrale spiegazione per svelare questo interessante fenomeno che è la facoltà di conoscere.

EMANUELE SEVERINO: Mi chiamo Emanuele Severino. Insegno attualmente Filosofia teoreticaall’Università di Venezia. L’argomento di oggi è che cosa significa conoscere. Vediamo una scheda introduttiva e poi discuteremo.

COMMENTATORE: Cosa significa conoscere? Questa domanda non è moderna, ma assilla il pensiero umano e la filosofia da sempre. Già Platone dovette fare i conti con i paradossi della conoscenza. Come si passa dall’ignoranza alla conoscenza, come posso cercare qualcosa se ignoro cosa sia. E se anche per caso, prima o poi, mi ci imbattessi, come potrò sapere di averla trovata se non la conosco già in qualche modo? Se pensiamo al nostro intelletto come a una tabula rasa la nostra conoscenza non si può spiegare. Bisogna ammettere che i principi della conoscenza sono una specie di ricordo che ognuno deve ritrovare in sé.

UOMO: Noi potremo giungere alla giusta comprensione delle cose, ma finché questo malanno del corpo terrà avvinghiata l’anima nostra essa non potrà mai delibare le verità a cui anela.

COMMENTATORE: Questi paradossi spinsero Platone a presupporre l’esistenza di un altro mondo, oltre a quello che possiamo vedere e toccare, il mondo delle Idee Eterne, un mondo da cui provengono tutte le cose più vere, compresa la nostra anima, che è immortale e deve solo riuscire a ricordare ciò che in quel mondo ha già visto e che conosce da sempre. Ma anche il pensiero moderno, legato all’esperienza, e meno propenso alla metafisica deve comunque fare i conti con i paradossi del conoscere. Da dove viene la conoscenza? Se essa è puro e semplice adeguamento alla realtà di fatto e all’esperienza concreta, allora perché non possiamo mai risalire ad una verità unica e assoluta? Perché ogni epoca e ogni cultura conoscono in modo diverso e non per questo meno adeguato alla propria forma di vita? Non tutto, nella conoscenza, è riconducibile a pura esperienza. Se mai è l’esperienza stessa che è riconducibile a principi che vanno oltre l’esperienza, principi legati all’immaginazione e ai valori etici. In una certa misura noi conosciamo nel modo in cui vogliamo conoscere. Posso vedere il tempo o lo spazio a prescindere dal modo in cui mi costruisco una loro immagine? Siamo sicuri che il mondo fantastico, creato dal genio dell’artista, non ci fornisca anche importanti conoscenze sul mondo reale? In una parola: ci può essere conoscenza senza immaginazione?

STUDENTE: Professore, Lei non pensa che la scheda filmata, oltre a mostrarci le varie interpretazioni, che della conoscenza sono state fatte, avvalori indirettamente la tesi della conoscenza innata e quindi della reminiscenza?

SEVERINO: Se siamo nella non verità, alla verità non potremo mai arrivare. Ecco, Platone nel Menoneparla in questi termini. Ma la figura fondamentale del discorso platonico è rappresentata dalla caverna: l’uomo che esce dalla caverna e guarda la conoscenza, guarda il sole. Platone parla dianabasis eis to elion, ovvero un processo che sale verso il sole. Se si immagina un percorso che importa l’andare da dove siamo alla conoscenza della verità, laggiù, fuori da noi, lontano da noi, allora il cammino che dobbiamo coprire è nella non verità. Se, d’altra parte, dalla non verità dobbiamo arrivare alla verità il percorso sarà impossibile. Un passo evangelico recita: a chi bussa sarà aperto. A chi bussa alla casa della verità sarà aperto. Ma chi bussa sta fuori dalla casa e dunque nella non verità. Si tratta di rovesciare quel motto e dire: a chi bussa non sarà aperto perché sta bussando in nome della non verità. Lei mi chiede se la scheda avvalori una concezione di tipo innatistico. Il concetto di innatismo è estremamente complesso, ma, se qui si vuole intendere una concezione secondo la quale l’uomo porta in sé stesso, fin dalla origine, la verità, questo innatismo è totalmente avvalorato. Se c’è verità è perché noi ci siamo originariamente dentro, non perché usiamo delle scale, dei cammini, dei sentieri, che, in quanto percorsi al di fuori della verità, non ci portano assolutamente a destinazione.

STUDENTESSA: Innatismo ed empirismo possono, secondo Lei, procedere su due linee parallele, e quindi non avere mai fine? O hanno al contrario una conclusione?

SEVERINO: L’innatismo e l’empirismo possiedono una connotazione storica ben precisa e riguardano soprattutto la filosofia moderna. Si può parlare intanto di un innatismo platonico. Prima vorrei dire che la filosofia non è mera speculazione intellettuale di qualche ricercatore che in laboratorio tenta di rispondere ai problemi della verità o della non verità.. La filosofia – ce lo dice Aristotele – nasce dalla paura. La scienza nasce dalla scienza, secondo Nietzsche. Noi viviamo in una situazione disagiata. Di Voi giovani si dice che siete felici perché ancora non avete imparato a conoscere il disagio. Arriverete anche Voi a conoscerlo. Una volta conosciuto il disagio, si apprende che esso è la vera condizione dell’uomo. Si cerca di sapere e di conoscere proprio per uscire dal disagio, dall’angoscia. Si tratta di vedere che cosa é che l’uomo conosce e che valore ha. L’innatismo e l’empirismo rappresentano due tardi tentativi filosofici di risolvere il problema del conoscere. Personalmente non credo che il discorso filosofico debba essere mantenuto in questi termini. Il discorso filosofico scandisce semmai due momenti del salvamento dell’uomo dall’angoscia. Angoscia vuol dire pericolo della vita, andare verso, morire, il modo in cui si nasce. Agostino dice nascimur inter feces et orinam, Nasciamo in mezzo alle feci e all’urina. La nascita è qualcosa di traumatico. Si esce quindi dall’angoscia evocando una verità assoluta, inventando il concetto di una verità assoluta. Questo concetto non riesce tuttavia a soddisfare i nostri bisogni. Quando Lei parla di empirismo e di innatismo allude a due situazioni diverse. Una – quella innatistica -, in cui si crede ancora di potere tenere ferma la dimensione di una verità assoluta del mondo. L’altra – quella empirica – in cui le idee sono discutibili. Stare all’esperienza equivale anche ad accettare le imprevedibilità dell’esperienza. Ecco delineato il quadro storico. Per quanto riguarda l’esito definitivo di questo sviluppo, tuttora in atto, direi che l’uomo si trova originariamente nella verità, ma intesa in un senso diverso da quello che il termine ha assunto lungo la storia del pensiero occidentale.

STUDENTESSA: Nel contributo filmato si è parlato di genio dell’artista e di immaginazione. Secondo Lei, l’opera d’arte può essere una nuova chiave di lettura della realtà? Possiamo, tramite un’opera d’arte, acquisire qualcosa di più rispetto alla realtà?

SEVERINO: L’arte é un’esperienza che presenta spettacoli che altrimenti non si manifesterebbero. L’artista contemporaneo non imita il mondo, crea un mondo nuovo. Franz Marc, il pittore del Blaue Reiter sosteneva che le cose della natura sono brutte, che è brutto l’albero, che è brutto il mare. Diceva di voler fare qualcosa di diverso. Allora l’arte è una grande esperienza che contribuisce a portare alla luce spettacoli diversamente sconosciuti, assenti. Il problema è stabilire la capacità “veritativa” di questa esperienza. Si possono provare esperienze esaltanti avendo consapevolezza della loro illusorietà. La cultura romantica – pensino a Schelling – tende a incoronare l’arte. L’arte – secondo la cultura romantica – vede più di qualsiasi altra forma di conoscenza, più della scienza, più della stessa filosofia. L’arte esibisce una esperienza, ma non può incoronarsi da sola. Può essere additata soltanto da chi vede il senso delle cose. Chi vede il senso delle cose? La fede, per definizione paolina, è argumentum non apparentium. Fa riferimento a ciò che non appare. Gesù è Figlio di Dio. Che sia Figlio di Dio, dal punto di vista della fede, è qualcosa di non evidente. Ergo, la fede rafforza ciò che non è evidente. Si potrebbe affermare che la fede è una forma di violenza che vuole evidente ciò che non lo è. La scienza è diventata un sapere che ha rinunciato alla caratteristica che possedeva nella tradizione filosofica, ovvero di essere quella verità assoluta che disvela il senso del mondo. Non resta che la filosofia. Se la filosofia svelasse l’autentico senso delle cose allora, stante la tesi romantica del carattere privilegiato dell’arte, sarebbe la filosofia stessa a incoronarla. L’incoronante ha una capacità di visione superiore a quella dell’incoronata. Ma è la filosofia capace di giungere al senso ultimo delle cose? Se guardiamo alla storia, i filosofi tutti pensano che volto debba avere la verità, si sono prodigati a distinguere il senso ultimo delle cose. Verità che i Greci chiamavano aletheia. Sappiamo che il termine aletheia è composto di a-, alfa privativo con funzione di prefisso, e lethennon nascondimento , dunque il disvelarsi del volto delle cose.

STUDENTE: Abbiamo portato in studio questa rete. Una rete, se gettata in acqua, non riesce a prendere tutto in quanto qualcosa sempre gli sfugge per via della sua maglia. Allo stesso modo la nostra conoscenza non riesce ad apprendere una verità assoluta. La nostra mente può essere simboleggiata da questa rete. Vorrei sapere se l’uomo potrà mai arrivare, nell’apprendere e nel conoscere, a una verità assoluta e non relativa. E non alle certezze, che sono anche il frutto della nostra società e dell’ambiente che ci circonda.

SEVERINO: O si è originariamente nella verità senza bisogno di scale, oppure alla verità non si arriva. L’uomo pertanto non è più il semplice individuo, ma colui in cui avviene la manifestazione della verità. La rete è un’immagine usuale della filosofia contemporanea. Fedor Dostoevskij diceva a una principessa russa: “Se io dovessi scegliere tra la verità e Cristo sceglierei Cristo, se Cristo fosse in disaccordo con la verità”. Il Cristo di Dostoevskij equivale all’elemento marino di cui ha parlato Lei. Imprevedibile, non catturabile, che sta al di là della rete. Nietzsche va oltre e individua nel caos l’imprevedibile. Possiamo dire che, malgrado una bella rete coerente, il mare resta non catturabile. Lei dice che i pesci della rete sono sempre pesci razionali, che non manifestano la profondità del mare. Aristotele formula il Principio di Non Contraddizione. Uno dei modi di enunciare il Principio è ravvisabile nell’arché tes gnoses, che è il principio della conoscenza. L’affermazione dell’esser sé delle cose. Ogni cosa è quello che è, in questo istante. L’istante è identico a sé e non può essere altro. Platone diceva: “Nemmeno in sogno possiamo pensare che il bue sia a cavallo, che il due sia tre.”Anche Hegel credeva nel Principio dell’Esser Sé dell’Essente. Su un Hegel negatore del Principio di Non Contraddizione si sono scritti quintali di idiozie, solo che lo affermava con modi più concreti. Le domande a questo punto sono: la rete è rete? La rete può essere il mare? Quando si pensa al mare, si pensa alla rete? Il mare rappresenta ciò che sfugge alla rete, se ho compreso il Suo esempio. Se il mare può diventare un pesce dentro la rete, può diventare la rete, può essere la rete, non si può contemporaneamente affermare che la rete si fa sfuggire il mare. Sarebbe come negare l’insondabilità del mare, l’irrecuperabilità del mare. Se viceversa si ha per ferma l’insondabiltà del mare si deve dire che la rete è rete e che il mare è mare. Dio stesso, in determinate forme di fede religiosa, è il mare, l’assolutamente Altro, quello che sta al di là di ogni povera rete umana. Dio è il mare, un modo di intendere il mare. Se Le chiedessi se il mare é mare o è rete in questo caso, sarebbe costretta a rispondermi che il mare non è rete. Conclusione è che il mare è mare, e che l’insondabile sottostà a quella rete di tutte le reti che Aristotele chiama Principio di Non Contraddizione. I Latini lo traducono come principium firmissimum. Il conoscere, visto così nella sua arché, nella sua origine, non si lascia scappare nulla. Quel mare, che nella Sua metafora dovrebbe rispecchiare l’inafferrabile, è, secondo la legge di quella super – rete che è l’Esser Sé dell’Essente. L’Esser Sé delle cose rappresenta il contenuto di quella verità in cui noi originariamente siamo e che non abbiamo bisogno di raggiungere dopo un percorso nella non verità.

STUDENTE: Se il mare è qualcosa in sé, che esiste, possiamo noi catturarlo, conoscerlo fino in fondo e completamente?

SEVERINO: Aristotele dice che è proprio del sapiente conoscere tutto. Conoscere non tutte le cose analiticamente, quanto l’essenza di tutte le cose. Conoscere l’esser sé del mare, cioè il suo non essere così ex lege, da costituirsi contrariamente alla legge suprema non equivale a conoscere tutte le profondità, gli anfratti, le ombre e i misteri del mare, quanto a sapere che tutta la sua inafferrabile ricchezza è contenuta all’interno di una sonda essenziale, di una legge essenziale. L’ulteriorità del mare si sviluppa all’interno della super-rete. Non si avrà dunque più una rete che vincola, che costringe, che separa, che astrae, ma una rete che dà respiro a ogni cosa, perché ogni cosa respira in quanto è se stessa.

STUDENTE: Forse l’uomo, con il non voler conoscere anche ciò che va oltre l’essenza, non vuole soffrire. Quella sarebbe una conoscenza che poi diventa sofferenza. È forse un accontentarsi l’atteggiamento di un uomo che si ferma solamente alla conoscenza dell’essenza delle cose?

SEVERINO: Quella da Lei descritta è la situazione della verità così come concepita dalla tradizione. La tradizione vuole che l’uomo che conosca l’essenza non conosce l’accidentale, perché questo rappresenterebbe per lui l’angoscia. Tuttavia l’uomo si ritrova in questo accidentale in quanto è egli stesso un essere accidentale. La conoscenza dell’essenza, pertanto, lo deve lasciare angosciato. Un aiuto proviene dal termine episteme della tradizione. Traduciamo episteme con le parole scienza e conoscenza, quindi la conoscenza scientifica. Ma episteme è composto di epi-, “sopra” , e –steme, “stare”, dalla radice indoeuropea, “sta”. Si ottiene, tradotto, come lo stare che sovrastà. Ciò che è posto al di sopra, il sovrastare, è un sapere che sovrastà e che rimane fermo. Gli innatisti e gli empiristi sono sempre andati alla ricerca di questo sapere. Il sovrastare è un sapere che sovrastà il movimento, il mare, il divenire, la caoticità. Siccome il divenire è inteso, da tutta la tradizione dell’Occidente, come un uscire dal niente, ciò che nel divenire esce dal niente è l’assolutamente imprevedibile. C’è di più. Un evento, che prima era niente, non è preparato da alcunché. Non preparato, l’evento, che può essere mio o cosmico o epocale, è assolutamente imprevedibile e dunque angosciante. Allora l’episteme è la matrice dell’angoscia. Lo stesso Cristianesimo è una traduzione, nel campo religioso, dell’episteme. È inevitabile che all’interno della fede cristiana emerga l’angoscia, derivante dal fatto che l’uomo é alleato con l’essenza del divino ma, da ultimo, la profondità del mare gli sfugge. E così, per quanto riguarda la storia dell’episteme, la permanenza dell’angoscia è ineliminabile. La filosofia contemporanea, come a questo punto parrebbe ovvio, tende a demolire l’episteme. Ma tanto la tradizione epistemica quanto la distruzione dell’episteme da parte della filosofia contemporanea hanno una comune matrice, ossia la fede nel divenire. Finché c’è fede nel divenire, l’angoscia è inevitabile.

ARISTOTELE: Gli uomini sono stati spinti a filosofare dalla meraviglia, poiché inizialmente essi si stupivano dei fenomeni che erano a portata di mano e di cui essi non sapevano rendere conto. E in un secondo momento, a poco a poco, procedendo in questo stesso modo, si trovarono di fronte, a maggiori difficoltà. Chi è nell’incertezza e nella meraviglia crede di essere nell’ignoranza. E dunque, se è vero che gli uomini si diedero a filosofare con lo scopo di sfuggire all’ignoranza, è evidente che essi perseguivano la scienza col puro scopo di sapere e non per qualche motivo pratico. E ne è testimonianza anche il corso degli eventi, giacché solo quando furono a loro disposizione tutti i mezzi indispensabili alla vita e quelli che procurano benessere e agiatezza, gli uomini incominciarono a darsi a una tal sorta di indagine scientifica. È chiaro allora che noi ci dedichiamo a questa indagine senza mirare ad alcun bisogno ad essa estraneo. Ma come chiamiamo libero un uomo che vive per sé e non per un altro, così anche consideriamo tale scienza come la sola che sia libera, poiché essa soltanto esiste di per sé.

STUDENTE: Lei ha affermato che o si é nella conoscenza oppure non è possibile arrivarci. In quest’ultimo caso la porta della conoscenza non viene aperta. A questo punto, nel caso in cui si fosse nella conoscenza – e secondo me è l’ipotesi più probabile, in quanto non ci sarebbe motivo di avere razionalità per l’uomo -, conoscere non potrebbe voler dire conoscere noi stessi in quanto la conoscenza farebbe già parte di noi? Il soffrire che derivi dalla conoscenza non potrebbe dipendere da un conoscere la nostra limitatezza come esseri umani?

SEVERINO: Vale la pena di commentare Aristotele proprio in relazione alla Sua domanda. Vorrei ricordare che la filosofia nasce dalla meraviglia. La parola greca, che traduciamo con meraviglia, è .thauma. Ma thauma starebbe a significare anzitutto l’orrore provato dinanzi a uno spettacolo angosciante. Quindi la filosofia non nasce dalla meraviglia, come potrebbe indurre a pensare l’atteggiamento asettico del ricercatore in laboratorio. Platone dice che “la meraviglia è figlia di Iride e del Gigante thaumante“. Con thaumante abbiamo di nuovo una parola costruita su thauma. La filosofia proviene dalla paura, o, meglio, dal timore per il mondo, dal timore per il mare. Getta le reti, che crede infrangibili e comunque capaci di cogliere ciò che vi è di essenziale nel mare.

STUDENTE: La conoscenza non può essere acquisita da uno stato di ignoranza. Può essere soltanto innata. Se fosse possibile ottenerla, non porterebbe a rendere la scienza e la filosofia con un processo cognitivo di sé stessi in quanto questa conoscenza farebbe parte della nostra finitezza. Questo conoscere noi stessi porterebbe a uno stato di angoscia, in quanto noi siamo, diventeremmo consapevoli della nostra finitezza.

SEVERINO: Il gnoti sé autòn di socratica memoria sta a indicare che ciò che è conosciuto è pensato sin dall’inizio come un essere finito, che nasce e che muore, che esce dal nulla e ritorna nel nulla. Questo è l’orizzonte all’interno del quale la nostra cultura sviluppa tutta la sua forza critica. Presupposto scontato, anche per il sapere scientifico, è che l’uomo sia un essere finito. Per il sapere scientifico questo è un sapere preceduto da un’evoluzione cosmica in cui l’uomo è un punto ed è seguito da un ulteriore sviluppo cosmico dove questo punto cesserà di essere. L’uomo come senso finito, come essere finito. Questo lontanissimo passato dell’uomo, in cui l’uomo non é ancora, e questo lontanissimo futuro, dove l’uomo non è più, sono in qualche modo qui ora presenti? Senza rifarci ad alcuna filosofia, potremmo noi parlare del più lontano passato e del più lontano futuro se in qualche modo non fossero noti? La scienza suggerisce che ci sono epoche cosmiche in cui c’è l’evoluzione del vivente, che conduce, a un determinato momento, all’uomo, e che nell’uomo a un determinato momento c’è l’intelligenza, la coscienza. L’uomo ha una storia che, rispetto all’intero sviluppo, è un punto. Poi questo punto declina. Parlo dell’immagine dell’uomo più diffusa, e legata al concetto di uomo come essere finito. Rispetto al suo passato non essere e al suo futuro non essere, l’uomo è pertanto irrilevante, finito. Avere notizia dell’esistenza del passato e dell’esistenza del futuro, non soltanto attraverso una conoscenza determinata ma anche attraverso una conoscenza di tutta l’umanità, è già qualcosa di profondamente diverso. Esiste una zona di manifestazione che è molto più ampia del “conosci te stesso” inteso come individuo che è noto a sé e che si vede finito. La luminosità di cui si parla rende noti il più lontano futuro, il più lontano passato, e anche l’Altra Vita, sia pure con i punti interrogativi che le competono. Dunque esiste una dimensione, che è la manifestazione del tutto, che include come parte l’uomo. Questa è la direttrice lungo la quale si tratterebbe di capire se l’uomo sia o meno un essere finito. Amo dire che l’uomo è un re che crede di essere un mendicante. L’uomo è già, avendo a mente questa dimensione totale, la luce in cui appare tutto e in cui appare la nostra convinzione di essere individui finiti. È un’idea condivisa da tutte le scienze e dalla stessa filosofia. Lo spirito critico del nostro tempo si guarda bene dal mettere in discussione la finitezza dell’uomo, il suo essere effimero, caduco, contingente, storico, temporale. Questo è il dogma dell’intera cultura occidentale e della cultura scientifica.

STUDENTESSA: Nel corso della filosofia sono state date varie interpretazioni dell’assunto della conoscenza. A partire da Aristotele, attraverso Kant, fino a giungere, con Hegel, a posizioni più certe. Secondo Lei, esiste ancora nella filosofia il problema della conoscenza oppure questo è stato delegato ad altre discipline, come la psicologia? Intendevo sapere se nella filosofia si può ancora parlare di conoscenza.

SEVERINO: Anche la psicologia considera l’uomo come una struttura finita. Alcune forme di antropologia scientifica riducono addirittura la dimensione psicologica al cervello. Pongono il cervello su un tavolo anatomico. Sono esempi ulteriori di una imperante concezione della finitezza dell’uomo. Lei chiedeva se, nell’ambito della cultura occidentale, ha ancora senso parlare di conoscenza nella filosofia. Di recente si è assistito a un fenomeno piuttosto curioso. Ovvero che noi occidentali ci siamo, anche dal punto di vista culturale, asserviti alla cultura anglo-americana. Ma i filosofi americani e anglosassoni non fanno altro che ripetere i percorsi battuti nel corso di qualche secolo dalla filosofia europea, definita impropriamente continentale. Si sta parlando, per esempio, degli statunitensi Donald Davidson e Richard Rorty, e dell’inglese Michael Dummett. Che il problema del conoscere abbia tuttora una funzione centrale, nell’ambito non solo della filosofia ma della cultura scientifica contemporanea, è fuori discussione. Si tratta di vedere come viene risolto. Non certo fermandosi alle tappe a cui si arrestano, per esempio, le dottrine realistiche e fenomenistiche. Nell’odierna filosofia si può parlare pertanto di conoscenza. Il conoscere non è quella fioritura momentanea che si crede di individuare in un determinato momento della storia dell’evoluzione dell’uomo, quando dal suo cervello sboccia ciò che si chiama coscienza. Questo è un modo ingenuo di considerare il conoscere: considerare la conoscenza come una dimensione che includa la totalità del passato e la totalità del futuro. La cultura filosofica, anche contemporanea, considera invece la conoscenza come cosa tra le cose. L’illustre filosofo tedesco Edmund Husserl ha scritto diverse cose sulla crisi delle scienze europee e della scienza in generale.

STUDENTESSA: In uno dei Suoi libri, La poesia annulla, Lei ha analizzato una figura fondamentale della Letteratura Italiana, Giacomo Leopardi. Volevo sapere se, secondo Lei, nella poesia possa essere ravvisato un contenuto di pensiero. In altre parole se la forma poetica possa essere considerata alternativa alla riflessione che è frutto di molta filosofia.

SEVERINO: Leopardi è appunto uno dei massimi rappresentanti del modo di concepire l’uomo come essere finito. Leopardi come maestro del nichilismo – mi si passi il termine – , ovvero di quella dottrina che si fa negatrice della grandezza dell’uomo e della sua eternità. Leopardi ha aperto la strada al pensiero contemporaneo, cioè a quel processo in cui si distrugge la pretesa di intessere una rete che sia in grado di cogliere l’essenza del tutto. Leopardi è formidabile, perché mostra perché quella rete cada frantumata e inutilizzabile. Quando Leopardi fa parlare la poesia dice che essa è forza, potenza, che consente alla conoscenza di vedere l’orrore della vita. Questo è Leopardi: la poesia è la potenza. È anzitutto la potenza espressiva, linguistico – espressiva, che ognuno di noi può avere quando, con forza, vede la nullità e la morte di tutte le cose. Per sopravvivere vedendo questo occorre una forza acclarata. La poesia è dunque per Leopardi la forza che consente di tenere lo sguardo fisso sull’orrore. Ne La ginestra, la nobile natura del genio è quella che nulla al ver detraendo si comporta in un determinato modo. Vale a dire che detraendo nulla osa guardare in faccia il comun fato. Osa guardare quello da cui l’episteme intende distogliere. Poesia è la potenza , la potenza con cui si regge lo sguardo, con cui si regge lo spettacolo terribile. Che alla poesia spetti una funzione positiva di disvelamento del senso dell’essere é quanto sottintende Friedrich Holderlin quando usa l’espressione “gli dei sono fuggiti, ma possono ritornare”. Ma il pensiero holderliniano è troppo ancorato alla storia dell’episteme, alla storia di quell’atteggiamento in cui il divino esiste. Il divino si è assentato, si è eclissato, però forse può tornare. Si dà solo nell’attimo del suo svanire. Leopardi intuisce quello che poi sarà il “Dio è morto” di nietzschiana memoria. La poesia ha il compito tragico di tenere in vita l’uomo prima che questi si spenga definitivamente. Questo è il nichilismo leopardiano. La dimensione di cui mi dichiaro convinto è piuttosto quella che sta alla radice della scienza moderna, e della stessa episteme quando sovrastà il divenire una rete, solo in quanto riconosce l’esistenza del divenire. Nessuno è più fisico dello studioso metafisico, giacché costui si pone al di là della fisica, che é dimensione del divenire. Quindi il metafisico che vuole andare verso il divino, verso l’al di là, è colui che punta i piedi sulla natura diveniente delle cose. E proprio perché punta i piedi, per andarsene altrove, lo studioso metafisico deve riconoscere la solidità del suolo su cui si ostina nel suo atteggiamento così fermo e risoluto. Altrimenti il suo viaggio verso l’altrove non avrebbe senso. Se oggi la poesia di sé dice qualcosa di più di quello che diceva Leopardi – si vedano Friedrich Holderlin, Paul Claudel, o certa poesia cristiana – è perché sottintende la permanenza della tradizione dell’Occidente, ovvero della possibilità da parte della verità, intesa in senso epistemico, di trattenere in sé quel mare che, d’altra parte, come divenire sfugge, e diviene imprevedibile, mantenendo il proprio carattere angoscioso.

STUDENTE: Secondo lei, il raggiungimento della verità (ammesso e non concesso che all’uomo sia possibile raggiungerla)  può coincidere col raggiungimento della felicità?

SEVERINO: No, l’uomo è l’apparire della verità. L’uomo è, ancor di più, ciò che crede e sa di essere. Prendendo spunto dal Menone platonico dobbiamo concludere che non esiste un raggiungimento della verità, perché, se così fosse, non sarebbe mai raggiunta. Il terreno su cui cammineremmo sarebbe malato, in quanto della non verità. Se la verità dimora dentro la casa e l’uomo deve raggiungerla, non la raggiungerebbe in quanto il terreno è malato. Essere nella verità non significa dunque essere nella felicità di cui parla la saggezza tradizionale, ovvero in quella felicità che ha a che fare con l’imprevedibilità del divenire, della finitezza dell’uomo, con l’imprevedibilità del nulla da cui le cose escono. Per rispondere alla Sua domanda, più che felicità preferisco usare il termine gioia. L’unica condizione della gioia è l’apparire della verità. Questo pensiero metterebbe d’accordo tante esperienze, compresa quella cristiana. Chiarito che il vero senso del mondo è ciò a cui non si può arrivare, la connessione gioia – verità è possibile, accertato e accettato l’apparire di quest’ultima.

STUDENTE: Abbiamo trovato il sito di Eudemonia. Ci dice che l’uomo ha sempre bisogno di raggiungere la conoscenza. Secondo Lei, nel nuovo pensiero contemporaneo della cosiddettanew age, il raggiungimento dell’armonia del corpo, dello spirito e dei sentimenti, non può falsare l’immagine della conoscenza che noi abbiamo tramandata dalla filosofia?

SEVERINO: Le commistioni dilettantesche delle grandi esperienze culturali sin qui maturate impediscono di sfruttare adeguatamente la ricchezza che ci deriva dalle esperienze fatte in campo scientifico, filosofico, religioso. Non credo che le esperienze del new age possano significare un’apertura in futuro. Se c’è un futuro nella nostra cultura, questo appartiene alla tecnica. Anche quando dichiarino la non violenza, queste esperienze finiscono per realizzare il vero modo di essere potenti. Ognuno vuole realizzare il vero modo di essere potenti. Crede di essere potente il mistico affidandosi alla grazia di Dio, crede di essere potente l’uomo che gestisce un arsenale nucleare. L’unica forma di potenza che oggi mi sembra possibile e accettabile è la tecnica, pure all’interno della concezione finitistica dell’uomo, di chi crede che il mare ormai non tolleri più alcuna rete.

da: http://www.emsf.rai.it/grillo/trasmissioni.asp?d=598

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