Progetto per la pace perpetua.

paceMolti filosofi e esperti di diritto internazionale sin dal XVIII secolo hanno pubblicato opere che avevano come tema un progetto per la pace perpetua, che consiste nella realizzazione di norme, tribunali, organizzazioni ed istituzioni internazionali volte a mantenere la pace tra i popoli della terra.

Il grande filosofo tedesco Immanuel Kant pubblicò nel 1795 sull’argomento un piccolo ma significativo libro intitolato proprio “Per la pace perpetua. Un progetto filosofico”. Spesso tale opera non viene riportata nei manuali di filosofia e compare solo come citazione negli attuali manuali di diritto internazionale. Rappresenta tuttavia una vera e propria perla del pensiero kantiano ed in generale dell’Illuminismo che ha fatto della Ragione Universale e del cosmopolitismo le sue  principali bandiere.

Principali progetti per la pace perpetua.

Prima di Immanuel Kant anche altri pensatori e filosofi si erano occupati dell’argomento come Wolff e Grozio e avevano scritto progetti per mantenere la pace tra gli stati come il Projet de paix perpetuelle di Charles-Irénée abate di Saint-Pierre (1658-1743) e Basis costitutionelles de la Republique de genre humaine di Anacharsis Cloots, rivoluzionario giacobino.

Già il filosofo Christain Wolff aveva sostenuto nello Jus gentium metodo scientifica petractatum (1749) che, così come gli individui nello stato di natura appartengono idealmente ad una sola società, anche le nazioni appartengono idealmente ad una società, la civitas maxima. Essa va considerata come “una forma di governo democratica, poiché essa è formata dalle nazioni nel loro insieme, che come nazioni individuali sono libere ed uguali una all’altra”. Tuttavia, nonostante la radicalità di queste sue affermazioni, Wolff riteneva che tale società dovesse rimanere solo a livello di pura e semplice finzione giuridica. Wolff e altri autori dello stesso periodo hanno preferito approfondire altre questioni molto importanti riguardanti la guerra e la pace, l’uso della forza tra gli stati, il diritto di ribellione dei sudditi nei confronti dello stato.

Alcuni autori invece prendevano molto sul serio la realizzazione di un organismo sopranazionale che disciplinasse i rapporti tra lo stato principalmente per le questioni relative alla pace e alla guerra. Con diversi accenti l’abate Saint-Pierre, Jean Jacques Rousseau, Anacharsis Cloots, Immanuel Kant, Karl Krause si sono occupati dell’argomento influenzati dagli eventi concreti che in quel momento attraversavano l’Europa.

La prima opera che suscitò un grandissimo dibattito in tutta Europa fu il Projet de paix perpetuelle di Charles-Irénée abate di Saint-Pierre. Tale progetto prevedeva la creazione di un consiglio di sovrani in cui ognuno di loro ha diritto di voto. Tale Consiglio ha la funzione di controllare ed autorizzare l’uso della forza solo nei casi in cui gli stati violino le regole e le decisioni del Consiglio. I sovrani non hanno alcun diritto di interferire nelle questioni interne di uno stato, eccetto nei casi in cui ci siano ribellioni di sudditi. Solo in questo caso i sovrani hanno l’obbligo di sedare la rivolta e porre al potere il sovrano legittimo. Questo progetto incorse nelle critiche di Voltaire e di Rousseau che vi vedevano un consiglio in cui i sovrani si aiutavano l’un l’altro nel mantenere il proprio potere dispotico sui sudditi. Questo aspetto doveva essere molto presente a Rousseau che fra gli illuministi più di tutti ha insistito sull’eguaglianza e su forme di governo repubblicane.

La questione si ripropose con forza durante la rivoluzione francese ed in particolare dopo la morte del re Luigi XVI e la nascita della Repubblica. Si contrapponevano due partiti. Un primo partito riteneva necessaria la guerra rivoluzionaria in modo tale da esportare i principi della rivoluzione in tutta Europa e mettere in fuga tutti i rappresentanti dell’assolutismo monarchico. Tra costoro vanno annoverati i girondini e il giacobino Anacharsis Cloots autore di un breve ma significativo Basis costitutionelles de la Republique de genre humaine, in cui sostiene che la pace sarà ristabilita solo al termine di una guerra rivoluzionaria che abbatta tutti i tiranni e le monarchie assolute. Se pace deve essere, deve essere tra stati repubblicani in cui è sovrano il popolo, non tra la Francia Rivoluzionaria e le monarchie assolute.

Sul fronte opposto, militavano coloro come il giacobino Maximillien Robespierre che ritenevano una guerra rivoluzionaria d’aggressione controproducente perché avrebbe posto le popolazioni contro la rivoluzione stessa.

Se si guarda con attenzione queste tesi avevano un fondamento. In pochissimo tempo la Francia si trovò accerchiata dagli eserciti delle monarchie che volevano soffocarla e la guerra in alcuni finì per suscitare moti contro i monarchi d’Europa, ma anche risentimenti nazionalistici. Specie in ambito tedesco Fichte ed Hegel dopo un iniziale entusiasmo per la rivoluzione finirono per assumere toni sempre più critici e cominciarono a sollevare temi di natura nazionalistica. Soprattutto Fichte negli ultimi anni di vita divenne un’icona del nascente nazionalismo tedesco. La questione era molto sentita tanto che si cercò un punto di mediazione tra le due opposte tesi sopra riportate con un opuscolo dal titolo Epitre du vieux cosmopolite Syrach à la Convention Nationale de France.   

Anche Immanuel Kant decise di scrivere un’opera sulla pace perpetua sulla scorta degli eventi che può essere apprezzata se posta in relazione ad alcuni elementi:

1)      il cosmopolitismo illuministico;

2)      la tradizione del diritto naturale sviluppata da Grozio, Pufendorf e Wolff;

3)      gli eventi storici quali la rivoluzione americana e francese e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino;

4)      le riflessioni sulla pace perpetua e il diritto internazionale dell’Abate Saint-Pierre, di Cloots, Voltaire, Rousseau e di altri autori meno noti.

Il cosmopolitismo è un atteggiamento tipico di molti illuministi francesi, tedeschi ed italiani del XVIII secolo, ma ha origini molto antiche. Il primo ad utilizzare questo termine fu Diogene Laerzio che si autodefinì cosmopolita, ossia “cittadino del mondo”. Nel XVIII secolo il termine ha assunto un valore peculiare specie nelle penne di scrittori libertini, liberi pensatori, critici radicali della monarchia assoluta e delle religioni rivelate. In particolare si diffonde l’idea che tutti gli uomini sono uguali perché dotati di una ragione universale e le suddivisioni in caste, popoli e stati sono spesso artificiose creazioni volute da despoti o dalla tirannia.

Tali idee hanno notevolmente influenzato i principi di libertà, eguaglianza e fratellanza della rivoluzione francese e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. C’era un notevole dibattito su questi argomenti e si tentava di conciliare il cosmopolitismo con l’appartenenza ad uno stato come Fichte che nella Filosofia della massoneria così scriveva: “Tutta quanta l’umanità deve formare un unico Stato interamente giuridico. Il mutuo rapporto dei singoli uomini negli stati, il rapporto reciproco di questi stati sulla terra, deve essere ordinato, da capo a fondo, secondo l’eterna legge della giustizia… Amor di patria e sentimento cosmopolita sono intimamente congiunti, e stanno in questo preciso rapporto: l’amor di patria è …l’azione, il sentimento cosmopolita il pensiero. …La legge e il diritto (sono) l’unione del sentimento cosmopolita con la coscienza del cittadino di uno stato…”. Anacharsis Cloots, di cui abbiamo avuto modo di parlare in precedenza,  nella sua veste di “oratore del genere umano” si rivolgeva ai cosmopoliti per la formazione di una Repubblica universale.

Anche Immanuel Kant parlò di cosmopolitismo, termine che compare nel 1784 nell’opera Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico in cui parla di “un assetto cosmopolitico come grembo in cui si svilupperanno tutte le disposizioni originarie dell’umanità[1]. In un altro scritto  : “i mali derivati dalle continue guerre, nelle quali gli Stati cercano a loro volta di indebolirsi o di soggiogarsi reciprocamente, dovranno in ultimo portarli, anche loro malgrado, a entrare in una costituzione cosmopolitica; oppure qualora un tale stato …si riveli per un altro aspetto ancor più pericoloso per la libertà, potendo esso originare il più orribile dispotismo, quei mali dovranno comunque imporre che si giunga a un assetto il quale, senza essere una comunità cosmopolitica sotto un unico sovrano, sia tuttavia una condizione giuridica di federazione sulla base di un diritto delle genti[2]. Nella Critica della Ragion pratica si trovano espressi in forma morale alcuni aspetti del cosmopolitismo nelle massime:

  1. Agisci in modo da poter volere che la massima della tua azione divenga universale.
  2. Agisci in modo da trattare l’uomo, in te come negli altri, sempre come fine, non mai solo come mezzo:
  3. Agisci in modo che la tua volontà possa istituire una legislazione universale, allo scopo di dar vita ad un regno universale dei fini.

A questo punto occorre sottolineare un punto spesso trascurato della filosofia kantiana che riguarda la cosmologia. Da giovane Immanuel Kant si occupò di questioni scientifiche ed astronomiche ed elaborò una teoria cosmologica nota come Kant-Laplace e una visione del cosmo infinito nello spazio e nel tempo. Nel corso dello sviluppo della sua vita Kant cambiò opinione circa la possibilità della Ragione dell’analisi dell’universo, tuttavia è sicuramente un gran pregio sottolineare come ad una visione del cosmo infinito si accompagni una morale fondata sul cosmopolitismo e una visione delle relazioni internazionali che tenda alla formazione un unico governo cosmopolitico fondato sui principi stabiliti nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. C’è un filo rosso che lega in Immanuel Kant la cosmologia, l’etica e il diritto.

Al fine di raggiungere la pace perpetua secondo Kant sono necessari tre fattori:

  1. La costituzione civile di ogni stato deve essere repubblicana.
  2. Il diritto internazionale dev’essere fondato su un federalismo di liberi stati.
  3. Il diritto cosmopolitico dev’essere limitato alle condizioni dell’universale ospitalità.

Bisogna però stare molto attenti perché Kant utilizza alcuni termini con un significato molto diverso da quello che noi intendiamo oggi. Kant è ben lontano dall’intendere il contratto sociale come abolizione della monarchia ed espressione della volontà generale da parte del popolo o in via diretta o via rappresentativa. Per buona parte degli illuministi è del tutto impensabile parlare di un regime democratico come noi lo intendiamo oggi. L’unico a porre la questione in maniera radicale fu Rousseau, che era favorevole a forme repubblicane senza re e senza privilegi feudali e a forme di democrazia diretta come quelle di Ginevra sua città natale.

Nel testo Kant tiene a sottolineare come la repubblica sia fondata sulla suddivisione dei poteri. Secondo Kant uno stato monarchico che abbia un minimo di suddivisione dei poteri e un parlamento nominato o eletto a suffragio ristretto è una repubblica. Secondo Kant democrazia è una forma di dispotismo del popolo e non realizza mai la separazione dei poteri. Probabilmente Kant conosceva Montesquieu che ha una visione della democrazia simile a quella che noi abbiamo oggi. Tuttavia l’autore de Lo spirito delle leggi era un moderato: era favorevole ad un sistema modellato su quello inglese e ammetteva ancora i privilegi feudali e il sistema dei parlamenti e degli organismi che si erano sviluppati durante il Medioevo come un contrappeso al potere del monarca. Alla stessa maniera Kant, pur parlando di repubblica, rimane ancora al dispotismo illuminato dei suoi tempi. Anche l’uso del termine federalismo non deve trarre in inganno. Kant sottolinea che l’organismo che ha in mente “sarebbe una lega di popoli [Völkerbund] che però non dovrebbe nondimeno essere uno stato di popoli. In ciò ci sarebbe una contraddizione; perché ogni stato contiene la relazione di un superiore (che legifera) con un inferiore (che ubbidisce, e cioè il popolo), però molti popoli in uno stato ammonterebbero a un popolo soltanto, cosa che contraddice l’assunzione (poiché qui abbiamo da prendere in considerazione il diritto dei popoli l’uno nei confronti dell’altro, nella misura in cui compongono stati tanto diversi e non devono fondersi insieme in uno stato).”.

In un certo senso Kant si trova a metà strada tra il modello dell’abate Saint-Pierre che prevede una lega di sovrani intenti a mantenere la pace e a soffocare eventuale rivolte di sudditi e la repubblica universale di Cloots instaurata dopo un periodo di guerra rivoluzionaria finalizzata all’abbattimento delle monarchie assolute. Pesa tantissimo la forma mentis kantiana e l’accettazione del dispotismo illuminato prussiano. Per quanto Kant parli di una lega di popoli che non aspira a diventare uno stato, ha in mente una confederazione fondata sul dispotismo illuminato di molti sovrani della sua epoca. Questa sembra, a mio modesto parere l’interpretazione corretta del pensiero kantiano. Nel corso dei secoli alcuni come Norberto Bobbio hanno affermato che Kant non parli assolutamente di uno stato mondiale, mentre altri come Martin Wright sono dell’idea opposta.

Questi limiti vengono meno nei successivi sviluppi dell’argomento operati da alcuni autori come Karl Krause. Subito dopo l’abdicazione di Napoleone (1814), pubblicò nel numero del 24 maggio di Deuschte Bletter: “A proposition for an European League of States, as a basis for universal peace, and as Just defense against all attacks upon the Inner and Outer peace of Europe”. Dal titolo sembrerebbe una riedizione del progetto della pace perpetua. Non è così. Krause non utilizza solo il termina Lega, ma Unione

A differenza del progetto kantiano, quello di Krause contiene indicazioni molto precise circa l’eguaglianza degli stati che partecipano alla lega, i loro compiti e  diritti. Si parla per la prima volta di una cooperazione culturale ed economica fra i vari stati membri. Krause accentua il carattere federalistico della Lega e fa pienamente riferimento ai diritti umani come fondamento della Lega e parla di una reciproca interdipendenza gli stati membri nelle varie materie di cooperazione comune (economia e cultura). Parla esplicitamente di una legge fondamentale dell’Unione, di un consiglio federale, di un tribunale sopranazionale. Tale consiglio federale dovrebbe avere anche poteri di legiferare su materie che riguardano sia l’Unione sia i livelli periferici di governo. Già nel 1811 nel testo Ideale dell’Umanità si era spinto a proporre l’idea di uno stato globale per tutta l’umanità. Tale stato globale è secondo Krause il compimento progresso umano e la realizzazione migliore di tutte le caratteristiche culturali, economiche, artistiche e scientifiche dell’uomo. Mentre in Kant il cosmopolitismo e la morale sono scritte in massime sinteticissime, Krause dà una visione molto concreta ed appassionata della realizzazione del cosmopolitismo attraverso l’integrazione e la cooperazione dei popoli a tutti i livelli possibili.

Krause ha raccolto il cosmopolitismo illuministico, l’anelito all’infinito del romanticismo e ha dato una versione molto più evoluta delle relazioni internazionali e del modello di cooperazione internazionale. Molto probabilmente, Krause guardava con maggiore favore all’esperienza federalista americana. Anche se si rivolge ai sovrani, l’accentuazione dei temi dell’integrazione economica e culturale e del federalismo mostra un respiro molto ampio.

Krause è autore di un testo intitolato Ideale dell’umanità, dove al di là del concetto di popolo, di nazione, di cultura, si impegna a definire un universale concetto di umanità che possa valere globalmente per tutti.

Sviluppi successivi: Società delle nazioni, ONU e Unione Europea

Comunità di destino sovrapposte.

Negli ultimi decenni il diritto internazionale ha avuto uno sviluppo enorme in tutti i settori umani. Secondo alcuni autori nel mondo sarebbero presenti tra 3-4.000 organizzazioni internazionali grandi e piccoli che si occupano delle cose più impensabili.

Nonostante ciò, il diritto internazionale si presenta come caotico e assolutamente inidoneo a rispondere alle esigenze dei cittadini del mondo.

Negli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza che ci sono questioni che riguardano tutti gli uomini, senza distinzioni di sesso, razza, lingua, nazionalità o territorio: problemi di sicurezza, terrorismo, criminalità organizzata, malattie, scorie nucleari, l’inquinamento. “Il pianeta è composto da comunità di destino sovrapposte per riprendere la felice espressione di David Held, e stabile quali siano i confini di ciascuna di queste è compito arduo, spesso impossibile[3].

Se si guarda all’elaborazione e all’esperienza del diritto internazionale si possono trarre molti spunti per la realizzazione di un “progetto per la pace perpetua” che abbia un orizzonte di azione molto ampio, multi-disciplinare e inter-disciplinare.

Il primo punto di partenza è rappresentato, a mio modesto parere dalla cosmologia. Il XX secolo è stato attraversato da un grande dibattito cosmologico.

Possiamo affermare che l’umanità è giunta tramite la scienza ad una nuova visione del cosmo, in particolare con le teorie dell’universo infinito nello spazio e nel tempo, con le teorie dell’inflazione eterna (Linde, Vilenkin) e con le teorie del multi-verso.

Ad una nuova concezione del cosmo deve corrispondere, una nuova concezione complessiva dell’uomo, dell’etica e dell’ordine politico.

Il secondo punto di partenza è rappresentato dalla filosofia di Karl Krause. Nella sua opera Ideale dell’umanità ha elaborato un concetto di umanità al di là delle divisioni nazionali, culture e dei popoli. L’elaborazione di un concetto di umanità unico, scevro da condizionamenti religiosi e nazionalisti è di fondamentale importanza per la realizzazione dell’etica globale e di una nuova forma di cosmopolitismo.

Il terzo punto di partenza è rappresentato dall’ONU, dall’Unione europea e da tutte le altre organizzazioni internazionali che vanno profondamente ristrutturate.

Si pone con forza il dilemma già visto ai tempi dell’Abate Saint-Pierre. Questo autore voleva realizzare una sorta di consiglio dei monarchi dell’epoca per mantenere la pace. Voltaire e altri autori gli fecero notare che il suo non era un consiglio per la pace, ma un consiglio attraverso cui dei despoti avrebbero potuto meglio opprimere i popoli. Cambiando un po’ i termini, si pone seriamente il problema di come ricostruire l’ordine mondiale, se vogliamo un mondo in cui governino solo la finanza, le multinazionali e la banche o se possano partecipare anche gli individui.

Il quarto punto è rappresentato dalla multidisciplinarità e dall’interdisciplinarietà. Su questo punto ci viene in soccorso la teoria dei sistemi, che nel corso degli anni ha elaborato una interessante descrizione dei vari livelli di sistemi. Dall’esame di tali livelli tutti sono ormai consapevoli che il miglioramento delle condizioni umane dipenda dall’azione coordinata su tutti i vari sistemi. Gli scienziati hanno individuato sistemi fisici, geofisici, biologici, sociali, comunicativi, energetici.

Si deve quindi avviare un coordinamento tra le varie aree del sapere e delle scienze in vista della realizzazione di una nuova visione organica del sapere e della società.

di Salvatore Zappalà.

Filomati Sicilia.


[1] I. Kant, Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, sta in Stato di diritto e società civile, a cura di N. Merker, Editori Riuniti, Roma, 1982, pag. 110.

[2] I. Kant, Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, sta in Stato di diritto e società civile, a cura di N. Merker, Editori Riuniti, Roma, 1982, pag. 172.

[3] Archibugi, Cittadini del mondo, pag. 18.

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