Origini scettiche della medicina

medicinaL’atteggiamento scettico è quello che spinge al proseguimento della ricerca. Questa era l’impostazione filosofica di un dottor House dell’antichità, di nome Sesto, detto l’empirico, medico vissuto nella prima metà del III secolo che, su esempio di Ippocrate, proseguì il cammino della “scienza” medica con zelo e originale impostazione teoretica. Scrisse diversi libri: Memorie mediche, Memorie scettiche, Schizzi Pirroniani, e soprattutto un campionario di critiche contro gli astronomi, i matematici, i fisici … i geometri!

In quel tempo chi voleva intraprendere la carriera medica doveva prendere il fagotto sulle spalle e cercarsi una setta con un buono scolarca. Le sette erano l’equivalente dei corsi universitari di oggi, e lo scolarca aveva la funzione di preside o rettore di quella determinata accademia.

Erano circoli chiusi, in cui si lavorava molto e si apprendeva, pagando, in silenzio. Le sette mediche principali erano tre: quella dei Dottrinari (IV-III sec. A. C.) eredi di Ippocrate, e fondati da Erofilo, che credevano possibile, senza l’aiuto dell’esperienza sensibile, cogliere la causa nascosta dietro un fenomeno. In poche parole, davano sentenze e rimedi alle malattie senza sporcarsi le mani, ma basando tutto sul ragionamento.  Temisone fondò i Metodici, i quali seguivano i fenomeni e da questi arrivavano a prescrivere ciò che sembrava giovare al malato (ad esempio, bisogna dilatare qualcosa che è ostruito…) e in questo erano evidentemente meglio, a livello pratico, dei predecessori. Un ex allievo del dottrinario Erofilo, Filino, fondò nel 250 a.C. la setta che ebbe maggior fortuna, probabilmente perché ebbe meno malati sulla coscienza: la setta degli Empirici. Filino voleva che i suoi discepoli operassero attraverso 3 elementi: diagnosi (della malattia), terapia, e prognosi (gli sviluppi). I medici empirici tenevano conto dei fatti osservati, non tanto del generale, ma del particolare. Coniarono termini quali Historia (raccogliere, oltre all’osservazione personale, quelle fatte da altri: i primi archivi!) e Autopsia (osservare ciò che appare). Gli empirici cercavano di muoversi sempre all’interno dei fatti osservati, senza mai oltrepassarli (epilogismo) e non andando “sopra” i fatti, come facevano coloro che venivano definiti “dogmatici”.

Sesto non era solo un medico ma, come accennato, anche un filosofo. E un filosofo scettico. Nel libro degli Schizzi, opera che dedica a Pirrone di Elide, fondatore dello scetticismo, introduce la conoscenza scettica generale e il modo per acquisire l’atteggiamento anti-dogmatico. Egli pone un punto fondamentale, quello del criterio per distinguere con sicurezza il vero dal falso. Con nefaste conseguenze. Per lui bisognava distinguere tra fenomeno e realtà. Fenomeno è ciò che noi percepiamo con i nostri sensi (vista, udito, tatto…) mentre la realtà è un archetipo esterno alla sensazione. Da questo ne consegue che il fenomeno è in grado di stabilire soltanto il fatto che si mostra, ma non se esso realmente sussiste. Noi non possiamo conoscere nulla con certezza! Come per i suoi predecessori, anche per  Sesto Empirico il compito principale dello scettico è quello di criticar quelli che pensano di poter dare una spiegazione veritiera di tutto, ossia i dogmatici, in particolare stoici ed epicurei. Curioso come per questi greci i dogmatici non erano i “preti” o i “teologi”, come potremmo paragonarli oggi, ma gli “scienziati”. Contro l’obbiezione dei dogmatici, secondo i quali lo scettico non può parlare di ciò che non capisce, perché se lo capisse, per intero, non potrebbe non accettarlo come vero, Sesto restituiva la confutazione “al mittente” rispondendo che se comprendere vuol dire aderire, come intendevano loro, i dogmatici non possono che aderire alla loro dottrina senza però dimostrare che sia vera o no, viceversa, la loro dottrina perde valore in funzione di un’altra. Lo scettico con i dogmatici deve comportarsi proprio come un medico, ovvero adottare per quelli più “temerari” argomentazioni più temerarie, proprio come un medico cura il paziente con un rimedio più forte col crescere della malattia. Per Sesto Empirico la verità non viene mai giustificata dai fatti, che si basano sulle sensazioni illusorie, ma solo affermata. Seguendo Carneade confutò, a suo modo, l’esistenza degli Dei. Il bene e il male, invece, non esiste, per lui, visto che non sono “come il fuoco o la neve”, che “brucia tutti o gela tutti allo stesso modo”, ma vi sarà sempre “ciò che è bene per alcuni e male per altri …” e non è possibile quindi il fondamento di alcun modello etico che non sia opinabile. Sesto arriva persino a negare il mondo sensibile (oggettivo, fisico) e da lì anche quello soprasensibile (invisibile, trascendente). Prendiamo ad esempio il mondo sensibile legato alla materia: tutto quello che vediamo, per logica riduzione, si riduce alla geometria. La geometria, da canto suo, si riduce a 3 dimensioni. Le linee fanno capo a un punto, di cui Sesto nega la corporeità (cos’è il punto? di certo non è corporeo) e quindi l’esistenza. Se il punto non può esistere fisicamente, come può da esso scaturire qualcosa di corporeo come la linea? E come potrebbe da questa comporsi un solido geometrico, e poi un oggetto? Dunque, per Sesto Empirico, non possiamo stabilire cosa è e cosa non è corporeo.

Al di la di alcune considerazioni di Sesto che ci lasciano sorridere, nonostante la finezza dei suoi ragionamenti, comunque sia, il passero che è alla mia finestra non è corporeo, ma non lo sa, quindi continua a cinguettare! La medicina si è evoluta da loro, dai filosofi empirici, in particolare da uno scettico, che negava persino di conoscere essenza ed esistenza dei propri malati, e tuttavia continuava a guarirli, quando poteva. Di lui ci resta anche una frase lapidaria, più adatta ai nostri politicanti che ai suoi dogmatici: “Ogni asserzione (dogmatica) è arbitraria alla radice e tautologica negli sviluppi”.

La filosofia NON serve a niente?

 

Danilo Campanella

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