L’università italiana: le materie umanistiche e il mondo tecnologico

filosofia tecnologicaIn Italia i giovani universitari temono di non trovare lavoro anche con il titolo di studio per eccellenza: la laurea. Le materie umanistiche sono ancora più a rischio, in un mondo iper-tecnologizzato. Ne parliamo con Riccardo Boni, docente dell’università di Urbino.

Prof. Riccardo Roni, attualmente lei cosa insegna?

Dottore di ricerca in Filosofia, insegno “Didattica delle scienze naturali” presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino “Carlo Bo”. Ho studiato il pensiero di Nietzsche in rapporto con Freud e con la “Scuola di Francoforte” (in particolare Marcuse e Adorno), approfondendo i tratti principali del dibattito sul nichilismo novecentesco. Successivamente, invertendo la marcia rispetto a quella indicata da K. Loewith nel suo procedere “da Hegel a Nietzsche”, ho approfondito la dimensione teoretico-morale della soggettività e il suo rapporto con lo spazio/tempo nella produzione jenese di Hegel, con una particolare attenzione riservata alla Phänomenologie des Geistes, muovendomi all’interno del campo degli studi hegeliani tradizionali e contemporanei. Mi sono inoltre occupato anche di metodologia ed epistemologia della didattica e della psicologia.

La filosofia oggi può ancora dire qualcosa alla società?

 Ritengo che la filosofia sia in misura essenziale una riflessione critica sui “fondamenti”, riflessione fortemente contraddistinta da una vocazione sistematica. Lo dimostrano le filosofie di quasi tutti i filosofi: smontano il vecchio per costruire il nuovo su basi più solide. Tanto quando si fa appello alla fisiologia tanto quando si invoca la ragione si sottintende il bisogno, più o meno conscio, di conferire al tutto che noi stessi siamo (o potremmo diventare) un’unità più funzionale alle esigenze (normative) di questo tutto. Per questa ragione fondamentale, la filosofia deve poter ancora oggi offrire una lettura critica tanto della società (dunque dell’economia e del lavoro) che della soggettività in generale (dunque della biologia) fino agli stili di vita più “personali” (estetica e filosofia del gusto), ma non per questo meno implicati nelle dinamiche dell’intersoggettività e del riconoscimento.  Dico “deve poter offrire una lettura critica” in quanto la filosofia non è sempre e comunque in grado di garantirla, giacché essa non prescrive di credere in articoli di fede, né tanto meno intende annunciare profezie, laddove in un’epoca storica come la nostra, profondamente segnata dall’allentamento delle certezze metafisiche tradizionali, il sé fluttua inaggirabile nello spazio vuoto della possibilità. Occorre poi evidenziare un altro aspetto, di non minore rilevanza epistemologica. Nel suo discorso normativo la filosofia si rivela essere contraddistinta da una fondamentale caratteristica, quella di rendere manifesta la dimensione simbolica del linguaggio, giacché la filosofia consente alla soggettività umana di trascendersi in un “oltre”, la cui natura si rivela a pieno, come insegna Kant, nell’ “unità sintetica” dell’autocoscienza. E’ per queste ragioni fondamentali che non bisogna vedere le scienze dell’uomo in opposizione alle scienze della natura, ma pensare ad entrambi secondo un’unità dinamica. Da Democrito a Newton e Goethe fino a Darwin e alle neuroscienze, il rapporto tra scienza e filosofia è sempre stato strettissimo: basterebbe al tal proposito ricordare la forte influenza di Newton su Kant o rileggersi  “La metamorfosi delle piante” di Goethe o piuttosto la “Filosofia zoologica” di Lamarck. Un bravo filosofo non ignora mai il sapere scientifico ma, attraverso questo, contribuisce a rinnovare la filosofia in modo sistematico.

Cosa ha da dire a quei giovani che si sentono vocati per lo studio della filosofia?

Che si sforzino di capire se stessi a fondo, per come sono diventati quello che sono, prima di iniziare lo studio di ogni filosofia, di modo che essa non resti soltanto una “anticipatio mentis”, per dirla con Francis Bacon, per poi degenerare facilmente in articolo di fede. Occorre “iniziarsi” al sapere filosofico soltanto dopo aver fatto esperienza del limite “fuori” da ogni filosofia così come da ogni condizionamento eterodiretto, passando attraverso il tunnel dell’“autosuperamento” degli io finiti privi di spina dorsale, con i quali ci identifichiamo ogniqualvolta ci sentiamo ingenuamente a posto con noi stessi. Solo in questo modo tanto la filosofia che il limite possono insegnarci qualcosa di giusto per la nostra esistenza e la prima assolvere a quel compito al quale è chiamata da sempre: parlare il linguaggio della ragione.

Redazione

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