Il Futuro dei giovani? Nascosto!

ImageSi parla tanto di precariato, disoccupazione giovanile, laureati in cerca perenne di un posto di lavoro fisso che permetta di farsi una famiglia e delle certezze. Tante parole dei politici, tanti studi degli economisti e numeri degli statistici, ma mai si cerca di focalizzare l’attenzione sul disagio vissuto a fondo dalle giovani generazioni che pur con titoli di studi in tasca di alto livello e tante speranze sono messi di fronte ad una difficile realtà fatta di illusioni, invii infiniti di curricula e poche certezze.

A fotografare il travagliato percorso giovanile dal mondo universitario a quello lavorativo ci ha pensato Antonio Sangineto, regista della Rai e collaboratore per anni di Mario Monicelli, che nel suo romanzo di esordio ha voluto descrivere i sogni, le ambizioni e le tante delusioni di un giovane neo laureato dal futuro però incerto o meglio come recita il titolo del romanzo nascosto.

“Il Futuro Nascosto” è infatti uno dei pochi romanzi che cerca di dare voce al disagio giovanile attraverso la storia di Zerach, un ragazzo come tanti, sveglio, intelligente, ironico. Laureatosi, s’affaccia al mondo in cerca di un lavoro, scontrandosi subito con una realtà ostile e beffarda che fa a pezzi sogni di carriera e sogni d’amore, in una capitale Roma troppo grande e piena di vinti.

Un romanzo di grande attualità dove oltre a narrare le difficoltà di trovare un lavoro dopo la laurea, l’impossibilità delle giovani coppie di concretizzare i loro rapporti si mettono alla luce alcuni aspetti di grande impatto sull’opinione pubblica come il clientelarismo e le raccomandazioni contro il vero valore delle persone o la ricerca di una società diversa dove si possano riscoprire valori ormai perduti come quello della vera amicizia.

L’autore Antonio Sangineto ha rilasciato un’intervista che vuole essere un dialogo con lo scrittore per capire alcuni aspetti del romanzo, di cui vi invitiamo alla lettura.

Da cosa ha preso spunto per scrivere questo romanzo? Da una sua constatazione delle realtà o magari da dirette esperienze familiari?

Personalmente ho sempre avuto un background cinematografico visto i miei studi universitari su Pasolini e sulla sua lettura letteraria e filmica della realtà e dopo l’ennesima bocciatura di una mia sceneggiatura ho sentito il bisogno di riattivare quel mondo poetico pasoliniano che ha ispirato anche il mio modo di essere. Proprio dopo aver saputo del mancato finanziamento del mio film (dal titolo “30 e loro” ndr) ho incontrato sotto casa un signore, che di mestiere faceva il barbiere, che era riuscito ad ottenere un finanziamento di ben 370 mila euro per un documentario e da lì ho capito che dovevo dare un senso a tutto il lavoro che avevo fatto fino ad allora. Ho iniziato a girovagare nei quartieri di Roma che conoscevo poco e in cui Pasolini aveva ambientato i suoi romanzi più famosi e allora tornando a casa ho deciso di scrivere il mio romanzo “Il Futuro Nascosto”. Mi sono subito chiesto quale stile dare al romanzo e ho immaginato che l’imput doveva essere come un ruscello per far sì che la stesura e la lettura fossero fluide e così ho potuto affrontare le problematiche sociali, la caduta dei valori per cui le persone valgono più per quello che hanno che per quello che sono. I miei personaggi sono delle sfaccettature della società, delle varie forme di emarginazione e dei drammi esistenziali.

Raramente in film e libri si parla delle difficoltà delle giovani generazioni ad aprirsi al mondo del lavoro e rari sono coloro che hanno affrontato la tematica: mi viene in mente Paolo Virzì con il suo film “Tutta la vita davanti” o Simone Cristicchi con la sua canzone “Laureata precaria”. Come mai questa reticenza nei confronti di un tema sociale così rilevante?

Ormai la cultura è spesso omologata alla televisione così come il cinema e la letteratura, se si affrontano tematiche sociali lo si fa per demagogia sociale. Toccare il tema del precariato giovanile vuol dire toccare un nervo scoperto della società, la mia è stata una reazione culturale visto, come descrivo nel mio romanzo, c’è un nepotismo che blocca il talento e la genialità e si sfrutta la gente. La vera cultura non c’è più, non abbiamo più un Moravia o un Pasolini, si fa spesso demagogia culturale cerando delle affermazioni sociali individuali.

Il futuro nascosto: è nascosto perché è coperto da qualcosa che lo nasconde o è nascosto perché non c’è nulla e bisogna dare modo di costruirlo e fornire gli strumenti per porlo in essere?

Il futuro di per sé è nascosto; mi sono reso conto che qualunque giovane che sceglieva per se un determinato indirizzo di vita poi si scontrava contro chi questi spazi li gestiva e sbarrava l’ingresso. Le responsabilità in questo caso anche politiche sono di tutte le forze, nessuna esclusa. Le responsabilità vanno condivise in quanto si guarda al solo interesse personale, mancando la percezione delle motivazioni di un interesse generale.

Non gli direi nulla, non mi capirebbe e mi riderebbe in faccia. Non ci parlerei, non avrei nulla da dire poiché sarebbe come parlare al vento. In Italia non abbiamo un Obama con cui sperare di cambiare le cose. Rimango convinto di una convinzione, che mi fa sperare che il mio lavoro non sia del tutto inutile. Credo che i pensieri sono come polline che attecchisce e arriva alla gente e come diceva Stendhal “un romanzo è uno specchio che percorre una strada maestra. A volte riflette l’azzurro del cielo, a volte il fango delle pozzanghere.”, che è quello che ho cercato di rappresentare con la vita di Zerach nel mio romanzo.

Francesca Ragno

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