Antropologia della mente – Ma quale Europa, se andiamo avanti così!

Floriana Cerniglia, professore associato di Scienza delle finanze presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, spiega con grande chiarezza e dettagliatamente perché il 52% dei cittadini europei è ancora a favore dell’euro, anche se la percentuale è scesa vistosamente rispetto al 2007, quando invece erano il 63%. Secondo la prof.ssa Cerniglia, che ha scritto un interessante articolo su Vita e pensiero di Ottobre 2012, questo consenso continuerà a calare ancora, proprio perché non abbiamo un unico Stato europeo e la politica non sta realizzando le condizioni per la sua costruzione.
E in effetti, sono molti a sostenere la stessa opinione della Cerniglia, consigliando però di percorrere, come soluzione, strade fra loro decisamente opposte: vi sono coloro che desidererebbero ritornare ad una Europa ante euro e coloro che auspicano invece la creazione degli Stati Federati e Uniti d’Europa.
Certo, i dati sono allarmanti, ma sicuramente vicino a quello che è in genere il sentire popolare. L’Eurobarometro rivela che, nella primavera 2012, solo il 31% dei cittadini europei evocava un’immagine positiva del territorio comunitario, investendo in questa percezione psicologica anche la moneta unica.
La tendenza verso il calo di affezione inizia negli anni Novanta e sono certamente molte le cause di questo fenomeno, anche se, dal punto di vista prettamente antropologico-mentale, siamo costretti ad affermare che la costruzione di una qualsiasi identità confederativa, sopranazionale, è decisamente un processo lentissimo e che richiede un lungo lasso di tempo.
Innanzi tutto, è necessario dire, come ricorda la stessa Cerniglia, che non è facile misurare il grado, dunque il livello, di affezione di un popolo verso un’identità. In sostanza, non è facile quantificare in che misura un popolo si identifichi con altri popoli che, seppure diversi, abitano all’interno di un territorio che li accomuna. È questo il problema: quanto e in che modo le popolazioni delle singole nazioni europee sono in grado di sentirsi abitanti della stessa casa, come se appunto vivessero tutti assieme, nelle loro diversità, dentro uno stesso spazio.
Questo tipo di sentimento si definisce identità culturale di un popolo, grazie alla quale ogni individuo esperimenta un particolare sentimento di appartenenza che gli permette di operare nella stessa direzione di tutti gli altri individui, senza per questo sentirsi omologato rispetto alle proprie particolarità. Come vedete, si tratta di un sentimento complesso, che non si può creare o stimolare a suon di leggi, oppure con il terrorismo dello spread.
Sempre facendo riferimento all’Eurobarometro, il sondaggio più importante che la Commissione Europea finanzia per ottenere dati importanti e relativi al rapporto delle popolazioni dei singoli stati con l’idea di Europa (si svolge due volte all’anno, in primavera e in autunno), scopriamo, per esempio, che l’indicatore di appartenenza era, agli inizi degli anni Settanta, quasi al 60%. L’ultimo dato su questo indicatore, che rivela appunto il sentimento di appartenenza che ogni singolo cittadino sperimenta verso l’Europa, risale alla primavera del 2011 ed è del 47%. Non è mai più risalito ai livelli degli anni Settanta.
Vorrà dunque dire qualche cosa, o no? Pensiamo decisamente di sì, tanto più che questo trend negativo, ci dice la Cerniglia, è particolarmente marcato all’interno delle popolazioni dei paesi fondatori dell’Europa unita. Ma la cosa interessante è il dato italiano, perché i dati si erano attestati per un livello molto alto di gradimento europeo: nel 1974, era l’82%, mentre nel 1998 era dell’83%. Ora, in base all’ultimo dato, siamo scesi al 41%!
Possono essere molte le spiegazioni e siccome questo argomento ci sembra interessante, preferiamo lasciare all’articolo della prossima settimana, le considerazioni conclusive, mentre ci sembrava utile permettere ai lettori di trarre qualche conclusione sul perché questa crisi è in effetti una crisi apparentemente economica.
Solo apparentemente però, perché si tratta di una vera e propria crisi culturale, all’interno della quale stanno viaggiando le speculazioni finanziarie.

Prof. Alessandro Bertirotti

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