I dilemmi della democrazia e della partecipazione

La democrazia partecipativa è un modello che è stato per troppo tempo dimenticato sia dai politici di professione sia dalla più parte degli scienziati sociali. La democrazia partecipativa poggia sui solidi pilastri della democrazia liberale costruiti da Locke, Montesquieu, Mill e altri illustri teorici che operarono qualche secolo fa.
Proporre la democrazia partecipativa vuol dire dunque da un lato ammettere la democrazia rappresentativa liberale come unica realmente possibile ma dall’altro sottoporla anche ad una seria critica. Soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino le democrazie liberali sono state oggetto di celebrazioni,sono state esaltate e mitizzate. E mitizzare è sempre sbagliato in quanto impedisce di scorgere gli eventuali difetti,le eventuali mancanze di un modello. La democrazia rappresentativa liberale ha dei difetti, in diversi punti deve essere corretta. La democrazia partecipativa viene vista in questa tesi come modello in grado di limitare questi difetti, di correggere i diversi punti deboli dei nostri sistemi democratici. Ritengo che la partecipazione democratica debba essere considerata come un elemento irrinunciabile in qualsivoglia regime che pretenda definirsi democratico, al pari di altri valori universalmente riconosciuti quali l’eguaglianza e la libertà. Ed è questo quel che nelle odierne democrazie non avviene.

Quando parliamo di democrazia partecipativa ci riferiamo “un relazionamento della società con le istituzioni” che comporta “un intervento di espressioni dirette della prima nei processi di azione delle seconde”. Ma come può svolgersi questo relazionamento? Quali e quante facce può assumere? Quali vantaggi e quali rischi comporta ciascuna di esse? La mia impressione è che non ci troviamo di fronte a una forma di democrazia, ma piuttosto di fronte a insieme eterogeneo, contraddittorio e informe di aspirazioni, linee di tendenza e orientamenti politici che cercano spesso solo a parole, qualche volta anche con concrete esperienze, di aprire qualche breccia nella cittadella del governo rappresentativo. Proviamo allora a spacchettare il concetto di democrazia partecipativa e guardare attentamente che cosa c’è dentro. Quello che troveremo saranno una serie di bivi o dilemmi che non possiamo fare a meno di affrontare.

Quando i movimenti politici rivendicano la democrazia partecipativa, intendono soprattutto dire che le istituzioni devono aprirsi alla loro influenza e ai loro temi. La partecipazione è il veicolo per aprire una breccia nel pensiero unico delle élites al potere. Si suppone, insomma, che l’apertura delle istituzioni alla partecipazione faccia entrare nel loro orizzonte nuovi contenuti, veicolati dai movimenti stessi. Se la democrazia partecipativa ci arriva dall’America Latina, dal mondo anglo-germanico ci è giunto un altro concetto fondamentale, quello della democrazia deliberativa. Che differenza c’è? La democrazia deliberativa nasce su un altro piano, meno politico e più filosofico, anche se è ormai ampiamente utilizzata per analizzare esperienze concrete (Fung e Wright 2003) o per proporre metodologie di intervento partecipato (Gastil e Levine 2005). Secondo i “deliberativisti”, l’essenza della democrazia non consiste nella conta dei voti tra posizioni precostituite, secondo il principio di maggioranza, o nella negoziazione tra interessi dati, ma nella discussione fondata su argomenti (deliberation, in inglese) tra tutti i soggetti coinvolti dal tema sul tappeto. Le numerose esperienze pratiche che si richiamano alla democrazia deliberativa si fondano perciò su due pilastri: da un lato l’uso dell’confronto argomentato, dall’altro l’inclusione di tutti gli interessi e i punti di vista che sono toccati dall’oggetto della discussione. La democrazia deliberativa è, quindi, una forma di democrazia partecipativa, ma i suoi contorni sono più circoscritti e più definiti. Esclude la pura e semplice azione di pressione dei movimenti o delle associazioni sulle istituzioni (che invece la democrazia partecipativa sembrerebbe ammettere) e pretende che tra i diversi punti di vista si instauri un confronto dialogico. Richiede inoltre che la discussione si svolga in forma aperta e generalizzata, ossia che tutti i punti di vista presenti nella società siano presenti nella discussione in condizione di effettiva parità, mentre questo requisito non è sempre esplicitato nelle formulazioni della democrazia partecipativa. I movimenti sociali che si battono per la partecipazione sono spesso restii ad aprire il confronto con le posizioni che ritengono antitetiche alle proprie e tendono a considerare la partecipazione più in termini di pressione verso le istituzioni che di dialogo con i propri avversari.

Ecco quindi il secondo dilemma: la democrazia partecipativa è un ideale politico, caldo ma largamente indeterminato e multiforme; la democrazia deliberativa offre punti di riferimento più netti e precisi, stabilisce un argine molto fermo alle possibili derive populiste della prima, ma è nello stesso tempo un ideale più freddo ed impolitico e, forse per questo, meno attraente. Il terzo dilemma è quello veramente importante e ineludibile e si può riassumere così: partecipazione, d’accordo, ma di chi? a quali soggetti si rivolge la partecipazione? E’ curioso che su un aspetto così cruciale le risposte dei sostenitori della democrazia partecipativa siano spesso sfuggenti. La risposta canonica è “tutti i cittadini”, ma – detta così – si tratta di una risposta tanto generica quanto disarmante. E’ ovvio che i cittadini che parteciperanno non saranno mai tutti, ma solo una parte (una piccola parte) e ciò potrà determinare squilibri di ogni genere nel contenuto delle decisioni. Per sciogliere questa incongruenza, alcuni specificano che la partecipazione non riguarda i cittadini in generale, ma solo quella parte che costituisce la “cittadinanza attiva”. I cittadini attivi sono i cittadini consapevoli e organizzati che si impegnano per il bene comune e sono chiaramente distinguibili dai “produttori alienati e atomizzati, consumatori passivi, appendici della democrazia televisiva” (Magnaghi 2006, p. 143-144 n.13). Ma questo giudizio è chiaramente inammissibile sul piano istituzionale. Nessun “relaziona mento tra società e istituzioni” può fondarsi su una simile discriminazione. Oltretutto in questo modo si finirà per dare spazio ai punti di vista organizzati e per togliere ogni chance di partecipazione agli interessi che non riescono ad esprimersi in forma associata. E poi chi decide concretamente se un gruppo organizzato fa parte della cittadinanza attiva o di quella passiva? Nel concetto di cittadinanza attiva non è implicito un giudizio di valore che esclude chi propone versioni del bene comune non condivise da chi parla? Altri ancora rispondono (ed è la risposta più frequente): “i soggetti più deboli”. Non c’è dubbio che questa sia la scommessa fondamentale della democrazia partecipativa. L’esclusione dei cittadini che sono normalmente senza voce sarebbe la sconfitta peggiore per qualsiasi progetto di partecipazione. Ma questa affermazione rimane troppo spesso avvolta in un’aura retorica. I cittadini più deboli – a differenza dei “cittadini attivi” – sono anche i più difficili da coinvolgere. I resoconti delle esperienze di partecipazione nei quartieri di edilizia popolare in Italia ci parlano di persone che si rifiutano di aprire la porta di casa o di partecipare a qualsiasi momento di aggregazione come racconta Marianella Sclavi (2002) per il caso di via Arquata a Torino; o di persone cariche di risentimento che si scatenano gli uni contro gli altri nelle assemblee di scala secondo la testimonianza di Massimo Bricocoli (2002) sullo “sporco lavoro di quartiere” svolto a Cinisello Balsamo. In molti contratti di quartiere, i soggetti veramente deboli non riescono mai a comparire sulla scena: sono sostituiti (spesso egregiamente, ma non è qui il punto) da rappresentanti (esterni) di associazioni, da insegnanti o da operatori sociali. Insomma è troppo facile dire: “i più deboli”, bisognerebbe confrontarsi con le specifiche difficoltà che questo comporta. Spesso, poi, il problema è anche quello – opposto – di riuscire a coinvolgere “i soggetti più forti”. I proprietari immobiliari, i costruttori, gli imprenditori hanno tutti i mezzi per premere sulle istituzioni mediante canali più o meno personalizzati e occulti, ma – proprio per questo – sono poco disponibili a esporsi al confronto nell’arena pubblica. La democrazia partecipativa ha, viceversa, la vitale necessità di includere i poteri forti e di far sì le loro ragioni siano sottoposte al dibattito collettivo. Se non ci riesce, ossia se si mantengono due canali separati, è probabile che le richieste dei forum pubblici verranno regolarmente frustrate dalla connivenza occulta tra interessi forti e élites politiche. Chi, dunque, deve partecipare alla democrazia partecipativa? Tutti o qualcuno? Il principale paradosso della democrazia partecipativa sta proprio qui. Ambisce a includere tutti, ma – di fatto – riesce a concretamente a coinvolgere solo qualcuno, ossia una piccola (spesso piccolissima) frazione della popolazione interessata. Come risolvere questa contraddizione e evitare le distorsioni che ne possono conseguire? Questo è il vero dilemma del filosofo politico, ieri come oggi.

Danilo Campanella

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...