Dall’umanesimo, un nuovo approccio all’economia

L’approccio economico attuale si basa sulla diffusa convinzione che non vi sia altro al di la della materia. Tutto il mondo culturale contemporaneo è impregnato di questa convinzione di fondo.  L’acquisizione, l’avere più che l’essere, la concorrenza. Oggi un bambino va a scuola, la scuola detta dell’obbligo, e invece di scoprire l’amore per il sapere, di coltivare una sana curiosità per tutto ciò che lo circonda, la prima cosa che gli viene insegnato, che gli viene imposto, è di essere concorrente del suo vicino. E da li si inizia. Tutto il sistema economico è fondato esclusivamente sul profitto, sulla materia. Oggi abbiamo economisti bravi, eccellenti, che su modelli matematici riescono a prevedere l’andamento della borsa fra vent’anni. Ma l’economia deve essere fatta su criteri economici o su criteri umani? Sulla crescita, si, ma quale? Quella dell’economia stessa o dell’essere umano? Siamo sicuri che il progresso dev’essere solo crescita, o arrivare ad una situazione in cui abbiamo quel che è misuratamente opportuno? E tutti un po’ di più, anziché pochi tantissimo? Ciò di cui abbiamo veramente bisogno, è quello che l’economia oggi ci fornisce? Se ci pensiamo un po’ su scopriamo che oggi una parte di noi a lavorare a ritmi spaventosi, per produrre le cose che altri lavorano, sempre a ritmi spaventosi, per poter comprare. Su tutto questo si fonda l’odierna economia, anzi, l’odierna società massificata. Per riscoprire il “giusto ruolo di ogni cosa” dobbiamo concentrarci su un pensiero (per noi occidentali) nuovo, basato sulla profonda convinzione che tutto ciò da noi prodotto deve essere necessariamente sostenibile filosoficamente e pragmaticamente. Questa concezione la ritroviamo anche nella filomazia, scuola filosofica di origine orientale, al confine tra scienza e filosofia, che si accinge a prendere piede, partendo dal Sud Est asiatico, fino in Occidente.Il progetto filosofico prevede che tutta la produzione di beni e servizi si fondi sul rispetto per la vita (biocentrismo) in cui uomini, animali, uccelli, piante, alberi tutti facenti parte dell’’ecosistema vivente, devono essere messi al centro dell’agire umano, e quindi anche economico. La terra, come anche la galassia e l’intero universo, è già concepita come sistema autosufficiente, autoregolato, senza bisogno degli abusi umani. Tutto parte dal concetto numerologico della Phi greca, numero caro a Pitagora e a Ipazia di Alessandria. Lo stesso esprime circolarità, espandendosi nell’ellisse cosmogonica tendente all’infinito. Tutto è circolatorio, tutto ritorna a riproporsi in modi diverse e in tempi di versi, ma con regolarità evidentissima (la ciclicità delle epidemia, la moria del bestiame, le maree, le macchie solari, le catastrofi naturali, il “boom” delle nascite di determinate specie…) e tutto geometricamente si compie nella spirale che Pitagora apostrofava “aurea” e che si trova in tutto ciò che esiste (movimenti dei pianeti, galassie, DNA, struttura interna delle conchiglie, dei fiori…). Eppure per legge entropica ogni sistema ha un limite, e così anche quello economico. E’ perciò fondamentale tener conto delle sovrautilizzazioni, per non danneggiare la comunità, concepita come l’insieme delle persone, che, con il loro lavoro, producono i beni, ma solo quelli strettamente necessari per non correre il rischio di creare false mode, false dottrine, false divinità (una di queste, probabilmente, è l’economicismo). Il tema del corretto uso dell’economia era già stato affrontato da eminenti intellettuali e politici: il risultato dottrinale del Codice di Camaldoli verrà ereditato, ad esempio, da Aldo Moro.

Lo statista pugliese maturò una visione integrale dell’uomo, quindi, totalizzante, ma non certo totalitaria, per la quale si arriverebbe facilmente alla visione di una società totalitaria (Stato totalitario) con la scusante di una migliore organizzazione sul pianomateriale.

Tale linguaggio, ormai compromesso dalle esperienze di fascismo, nazismo e comunismo sovietico, può, ma nonnecessariamente deve essere sviluppato su basi ideologiche differenti, soprattutto nel rispetto delle moderne istanzedemocratiche. Rifacendosi alle posizioni filosofiche di Luigi Pelloux, Aldo Moro propendeva per sviluppo di un umanesimocristiano che non venisse considerato soltanto come un orientamento ultraterreno, ma anche un rinnovamento sociale per la vitaterrena, ossia traducendo alcune istanze di matrice cristiana in un umanesimo popolare – personalista. In tal senso, ancheJacques Maritain aveva sintetizzato un’espressione moderna di umanesimo cristiano, attraverso quello “studio hominis” che daSocrate a Platone, da Virgilio a Seneca, e da Agostino in poi ha fondato la nostra cultura quella di una scienza unita allapersona integralmente, di «un uomo che … veniva declinato in un’ottica personalista e che nel termine persona trovava la sua più piena realizzazione». Tale visione personalista di un umanesimo politico veniva presentato come la struttura teorica nellaquale Aldo Moro intendeva dare atto della sua azione, della sua personale “missione storica”, attraverso un atteggiamentomoderato ma fermo, moderno, che potesse (e può ancora) rispondere alle esigenze della società massificata, serbatoio di quella società europea che noi vediamo maturare dinanzi ai nostri occhi con innumerevoli difficoltà. Questo tipo di società deve essere necessariamente sostenibile, ossia deve far proprie quelle istanze di equilibrio proprie del mondo naturale, sviluppando un quadro etico totalmente differente da quello contemporaneo.

Danilo Campanella.

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